Il mio nuovo romanzo: The Summer of the Spanish Writer by Mara di Sandro De Matteo
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21
febbraio
2012
Buon
Carnevale!
Buon
Carnevale,
amici
italiani!
Vi offro
le mie
Frappe,
fresche
e
croccanti.
Metto il
link
alla
ricetta,
ma, beh,
è in
inglese...Comunque
sono
sicura
che voi
le
sapete
già fare
molto
bene.
Auguri!
13
febbraio
2012
Sentirsi
un po’
“Like
Water
for
Chocolate”
È sempre
più
facile
mettersi
ai
fornelli.
Che
scrivere,
studiare,
preparare
lezioni.
E
pensare,
sì,
soprattutto
pensare.
Specialmente
quando
il
passato
ti si
sbatte
di
fronte
di nuovo,
vivissimo
e
tremante,
quando
meno te
l’aspetti.
Parliamo
di
amicizia.
O ciò
che
passava
per
tale.
Allora
ero
giovanissima
e avevo
il cuore
tutto
spalancato.
Credevo,
mi
fidavo,
sognavo.
Ci si
appoggia
alle
amiche,
vero? In
momenti
difficili
e no.
Pessima
idea.
Non
sempre,
ma a
volte,
beh,
‘ste
amiche
non sono
proprio
all’altezza
di
questa
nobile
parola.
Una
ciambella
al
cioccolato,
ecco che
preparo.
Bella,
casereccia,
profumatissima
di
cacao,
altuccia,
densa,
nera e
dolce.
Con
dentro
pure le
gocce di
cioccolato.
Salgo
sulla
scaletta
per
raggiungere
gli
sportelli
più alti,
dove si
trovano
tutti i
miei
stampi
da dolci,
tantissimi,
accumulati
da più
di
trent’anni,
bellissimi,
lucidi,
francesi,
italiani,
americani,
tedeschi
e anche
cinesi.
Ma
questo
che uso
oggi è
speciale,
me lo
regalò
mia
madre
anni fa,
quando
le
chiesi
la
ricetta
della
sua
ciambella
romagnola.
Ma non è
questa
che
faccio
oggi,
bensì
un’altra
ricetta,
trovata
per caso
su
internet
e che ha
subito
attirato
la mia
attenzione.
Così mi
concentro
su
questa
preparazione
anziché
ruminare
pensieri
angosciosi
e
inutili,
ciò che
poteva
essere
ma non è
stato
grazie
alla mia
ingenua
fiducia
in
un’amica.
Il
messaggio
mai
riferito,
le
parole
non
dette,
ma che
tenne
strette
dentro,
soffocate
da
chissà
quale
emozione
che le
mangiava
l’anima.
Forse
non
abiterei
a New
York
adesso.
Oppure
sì,
certo,
perché
tante
cose ti
capitano,
ti
allettano,
ti
seducono,
ti
assorbono
e ti
schiantano.
Ma insomma,
se le
parole
mai
udite mi
avessero
sfiorato
l’orecchio,
forse (forse)
camminerei
sulle
mie
amate
vie di
Portici
oggi,
stasera,
domani.
Oppure
in altra
zona, ma
certo
mai così
atrocemente
lontana,
dove la
mia
lingua
svanisce,
assorbita
dalla
cacofonia
di un
mondo
multi-cultural.
Ecco,
sbatto
gli
albumi a
neve
spumosa
e
purissima,
poi li
aggiungo
delicatamente
al
composto
cremoso
e nero
di
cioccolato
e tuorli,
baciato
da una
puntina
di
estratto
di
vaniglia,
arricchito
dalle
quelle
chocolate
chips
perfette
che si
trovano
solo in
America.
Verso il
miscuglio
nello
stampo
col buco
di mia
madre,
che mi
ha
sfornato
tante
meravigliose
ciambelle
romagnole
in
questa
mia vita
newyorkese.
Ma
stavolta
no, sarà
nerissimo
questo
dolce,
il
colore
della
notte
che non
finisce
mai
quando
pensi e
ti fai
domande
che non
avranno
mai
risposta.
Forse è
meglio
così.
Le
risposte
potrebbero
essere
banali,
tipo
ma come,
certo te
lo dissi,
losche
menzogne
travestite
da
ricordi
sospesi
nell’oblio.
Che
lingua
parla la
felicità?
Tutte,
mi
dicono.
Io credo
nessuna.
Ma può
darsi
che mi
sbagli
io - che
cavolo
ne so di
questi
concetti
profondi
che
neanche
i saggi
filosofi
sono mai
riusciti
a
decifrare?
Il forno
a
specchio
è caldo
e
accogliente,
e la
pasta
dolce e
soffice
nello
stampo
ci si
affida
facilmente,
desiderosa
di
lasciarsi
abbracciare,
di
crescere
alta e
aromatica,
un sogno
al
cioccolato
fondente.
Certo,
venire a
sapere
oggi di
un
evento
passatissimo
che
avrebbe
potuto
farmi
aprire
‘l’altra’
sliding
door,
è
proprio
un bel
colpo,
che
istiga
della
rabbia,
no,
furia,
ma
soprattutto
tristezza
e
delusione.
Nell’amicizia.
Esce
adesso
dal
forno,
la mia
torta
magica,
e
l’aroma
confortevole
di cacao
mi
accarezza
i sensi.
Questa è
la mia
realtà,
dolce
incarnazione
della
passione
nella
sua
forma
più
concreta.
Eccovi
la
ricetta,
miei
cari (e
c'é
pure un
ingrediente
segreto...)
31
gennaio
2012
Festa di
S.
Geminiano
a Modena
Si
celebra
S.
Geminiano
oggi a
Modena,
il santo
patrono
di
questa
bella
città
del
Nord,
dove mia
madre è
nata e
cresciuta.
E so
bene che,
nonostante
lei
abbia
trascorso
una vita
a
Napoli,
la sua
graziosissima
città
natale
se la
portava
sempre
teneramente
nel
cuore.
Ne
parlava
tanto
lei,
vignette
dell’infanzia,
le
famose
tagliatelle,
i
tortellini
fatti
con una
pasta
morbida
e ricca
d’uova,
formati
in un
modo
speciale,
segretissimo,
guai se
l’ho
insegnate
a degli
estranei…E
infatti
il dolce
segreto
è ancora
gelosamente
custodito
e un
giorno
sarà
rivelato
solo
alle mie
figlie,
tanto
per
continuare
questa
preziosa
tradizione
di
famiglia.
Sono
anni che
non vedo
Modena,
purtroppo,
sai come
la vita
ti
sbatte
per
benino
di qua e
di là, e
a volte
proprio
non ce
la fai a
seguire
i tuoi
sogni e
desideri.
La
ricordo
con
nostalgia,
Modena,
le belle
strade
ordinatissime,
traffico
tranquillo
e
organizzato
(okay,
venivo
da
Napoli…),
i negozi
eleganti
del
centro,
la
libreria
sotto i
portici
dove
vidi il
libro di
poesie
di mio
padre in
vetrina
(e ho
ancora
la foto!),
il
mercatino
dove
compravamo
quei
panini
così
buoni,
unici
nella
forma e
consistenza.
L'illustre
Ghirlandina,
antica e
fiera
nel
cielo
azzurro,
le tante
biciclette
che ti
davano
una
sensazione
di zona
di
vacanza,
di calma
esuberanza
. E
ricordo
lei, la
mamma,
che,
l’ultima
volta
che
eravamo
state
insieme
lì (tanti
anni fa)
disse
all’improvviso
voglio
farmi un
giro per
le mie
strade…sola.
Ci
rimasi
un po’
male, lo
ammetto.
Adesso,
a
distanza
di tanto
tempo,
capisco:
i suoi
ricordi
-
fragili,
struggenti,
malinconici,
vivissimi
- erano
lì, si
quei
marciapiedi,
sotto
quei
portici,
nei
volti di
tutti.
Era la
sua
Portici,
Modena,
la culla
della
sua
giovinezza,
sogni,
speranze,
gioie
innocenti
e tenere.
Ti
comprendo
adesso,
mamma.
Davvero.
31
gennaio
2012
Festa
di S.
Ciro a
Portici
È
proprio
così!
Incredibilmente
oggi è
anche la
festa di
San Ciro,
il santo
patrono
di
Portici.
Certo
sapevo
di
Portici,
ovviamente,
e ne ho
parlato
altre
volte (guardate
l’archivio
in
inglese
-
gennaio
2010),
ma solo
oggi ho
saputo
che la
mia
città e
quella
di mia
madre
hanno la
festa lo
stesso
giorno.
Che
strana,
incantevole
coincidenza.
Viva S.
Ciro e
S.
Geminiano!
(Foto
scattata
da me
della
chiesa
di S.
Ciro a
Portici).
Il sogno.
Ogni
tanto me
lo trovo
addosso,
dolce,
esuberante.
Poi la
notte si
attenua
e tutto
svanisce.
Il
mattino
mi trova
malinconica
e a
chiedermi
perchè.
Non
doveva
essere
così.
22
gennaio
2012
Dolce
neve del
passato
Mica
l’avevo
mai
vista io
la neve.
Crescendo
a
Napoli,
insomma,
non è
qualcosa
a cui ci
si
abitui o
ci si
pensi
tanto.
Ma i
miei,
beh,
loro, di
neve ne
avevano
vista
parecchia.
Mia
madre
proveniente
dalle
nevicate
del nord,
ne
parlava
ogni
tanto,
Modena
col suo
manto
bianco,
e poi a
volte anche un
accidenti
di
nebbione
che si
poteva
tagliare
col
coltello,
tanto
era
spesso.
Mio
padre
poi, con
alle
spalle
un’infanzia
sulle
montagne
del
Molise,
dove le
nevicate
abbondanti
erano
state
sempre
parte
dei suoi
ricordi
invernali.
Ma noi
tre
bambini
Di
Sandro,
niente.
E come
la
desideravamo,
quella
dolce,
pura,
soffice,
meravigliosissima
neve…Allora,
un
giorno
di
gennaio
del 1900
eccetera
eccetera,
che
eravamo
a Colli
per il
weekend
(cosa
che
facevamo
molto di
rado
d’inverno,
dato il
freddo
cane),
lui
decise
di
portarci
a
Roccaraso,
una
cittadina
turistica
ai piedi
dei
monti,
in
Abruzzo,
molto
carina e
pittoresca.
Solo una
quarantina
di
chilometri,
diceva,
andiamo
a farci
un bel
giro.
Okay, a
Roccaraso
c’eravamo
stati
tante
volte…ma
d’estate.
A quei
tempi
le previsioni
del
tempo
non
erano
così
dettagliate
come
oggi (e
neanche
tanto
estese),
per cui
non
avevamo
la
minima
idea che,
all’arrivo,
avremmo
trovato…neve.
Neve,
gente,
NEVE!
Mai
vista,
solo
sognata,
desiderata…Le
strade
coperte
da un
velo
ghiacciato,
sdrucciolevoli
sotto le
mie
scarpine
di
vernice leggere
e aperte.
Dio, che
strana
sensazione,
scivolare
un po’,
e poi
quel
freddo
aguzzo
che
penetrava
nei
piedi,
ti
bloccava
la
circolazione…Ma
la gioia,
beh, la
gioia
infantile,
la più
piena e
inebriante,
quella
c’era,
eccome.
Ma
guarda
la
fontana
con
l’acqua
spruzzante…congelata
in volo!
Ghiaccio
limpido
e
cristallino
dappertutto,
i
brividi
(più di
felicità
che di
freddo)
sotto
quel
cappottino
sottile,
perfetto
per
l’inverno
napoletano,
non per
quello
‘vero’…Poi
dietro
lì, (e
la
vedete
nelle
foto),
la
stazione
sci, con
lo
skilift,
quella
bella
seggiovia
che ti
porta
lassù,
tra le
vette
nevose…Andiamo,
imploravamo
noi
bambini,
babbo,
andiamo
su…Ma
che dite,
rispondeva,
non
abbiamo
l’equipaggiamento
adatto,
scarpe
di
vernice,
i
calzettoni,
via, è
impossibile…E
mia
madre
per
carità,
fa
troppo
freddo,
andiamocene,
come
faccio a
camminare
coi
tacchi…Torneremo,
disse il
babbo,
torneremo,
vi
mettete
i
pantaloni
pesanti,
gli
scarponi,
delle
belle
sciarpe
di lana…Ma
no, mai
più
tornati
d’inverno.
Un
momento
magico
perso
nel
tempo,
un sogno
quasi,
dolcemente
bianco e
scintillante
sotto il
sole di
gennaio
che
brilla
ma non
scalda.
Quando
la neve
era
romantica
e
fiabesca,
quando
volevo
perdermi
nelle
immagini
di una
cartolina
di
Natale,
con la
casetta
nel
bosco
coperto
di neve
e la
slitta
fuori la
porta,
pronta a
farti
volare.
Allora,
eccomi
qui,
adesso,
a New
York, a
spalare
e a
sgombrare
la mia
Toyota
seppellita
dalla
neve,
che
dovrebbe
essere
nel
garage,
ma c’è
tanta
altra
roba lì
dentro…Adesso
che la
neve è
solo una
grande
seccatura,
ne
vorrei
un
tantino,
di quel
sogno
infantile,
di
quella
voglia
di magia,
di
quella
mancanza
di
cinismo…Ma
insomma,
si
cresce e
basta,
ecco.
15
gennaio
2012 L’estate
dello
scrittore
spagnolo
Ma no,
Cassandra,
una
madre
che vive
nel
grigiore
di un
matrimonio
disfatto,
non
s’immaginava
mai che,
in una
giornata
qualsiasi,
una
sconosciuta
le
avrebbe
salvato
la
vita.
Che poi
sarebbe
Natalie,
un’insegnante
già
rassegnata
al
rapporto
insipido
col
fidanzato,
che però
flirta
con il
sogno di
diventare
scrittrice.
Queste
due
donne
non
hanno
nulla in
comune,
eccetto
un
appuntamento
dal
medico,
e
proprio
lì, il
loro
fato
all'improvviso
cambia
corso in
maniera
drammatica.
Eh sì,
poi
arrivano
gli
uomini,
naturalmente,
attraenti
e
misteriosi
e oh
così
diversi
l’un
dall’altro:
Neil, il
musicista
sensibile
e
riservato
che
evita
sempre
di
parlare
di sé
stesso;
Gabriel,
lo
scrittore
di
successo
spagnolo,
con il
suo
accento
seducente,
un
temperamento
impetuoso
e un
passato
che
preferisce
non
discutere.
Poi le
donne,
beh,
anche
loro
hanno
qualcosina
da
nascondere
(più o
meno
grave),
ben
celata e
che così
dovrebbe
restare.
Ma
purtroppo,
ciò non
è sempre
possibile.
Così si
sviluppano,
queste
due
storie
d'amore
parallele,
dai
prati
curati
delle
villette
borghesi
di
Westchester
alle
sponde
spazzate
dal
vento di
Long
Island,
vive di
emozioni,
brulicanti
di
personaggi
intriganti,
perfidi
segretucci,
colpi di
scena,
ma anche
arricchite
dal
legame
innegabile
dell’amicizia.
Il mio
nuovo
romanzo!
In forma
libro e
anche in
forma
elettronica!
Via
Kindle
potrete
anche
scaricarlo
sul
vosto
iPhone o
iPad.
Certo,
è
scritto
in
inglese,
ma se lo
capite
abbastanza
bene,
potrete
senz'altro
leggerlo.
E lo
vorrei
tanto,
ci tengo
al
vostro
feedback!
Comprate
"The
Summer
of the
Spanish
Writer"
in forma
elettronica
con
questo
link a
destra
|o
in
Forma
Libro
6
gennaio
2012
Sono
io
L'essenza
di New
York,
certamente.
Il
grande,
l'unico,
il
magnifico
Empire
State
Building.
E quaggiù
che
nascono
i sogni,
guardando
in su.
Ma
alcuni
svaniscono
poi,
appena
nati.
Bella,
esuberante,
emozionante
questa
mia
città.
Calda,
dolce e
intensamente
mia.
Ma anche
crudele,
se ti
ritrovi
sola
nella
folla
frenetica.
Io vivo
New
York, la
amo, la
voglio,
la
stringo
(ma a
volte mi
sfugge),
mi ci
immergo
dentro,
mi tuffo
insomma
nella
sua cara
follia,
accetto,
immagino,
assorbo.
Io penso
New
York,
spero in
New
York,
sono New
York con
tutta me
stessa.
Devo, è
il mio
sostegno,
la mia
Napoli
in
America,
sul
fiume
che ho
reso il
mio
golfo.
Vivo tra
due
sponde,
entrambe
mie,
amatissime,
struggentemente
diverse
ma anche
uguali.
Tenera
confusione,
carezzevoli
ricordi
in due
lingue,
vita a
cavallo
del
grande
mare.
Ti
respiro,
New
York, ma
non
tradirmi.
3
gennaio
2012
In
arrivo
Il mio
nuovo
romanzo.
Gli
ultimi
dettagli,
certi
particolari,
tecnicalità,
a questi
mi sto
dedicando
adesso.
Bella la
foto
sulla
copertina,
personale,
sì, ma
appartenente
a tutti.
Perché
ognuno
di voi
può
identificarsi
con
questi
miei
personaggi,
donne ed
uomini
moderni
che
vivono
tra di
noi,
solcano
le
stesse
strade,
entrano
negli
stessi
negozi.
Beh, se
abitate
a
Westchester,
la
contea 'dorata'
confinante
con New
York
City,
appena a
nord
della
Grande
Mela,
bellissima
e
verdeggiante
zona
residenziale.
Oh,
quanti
segreti
e
segretucci
si
nascondono
dietro a
quei
portoni
eleganti,
nei
giardinetti
privati,
quanti
drammi,
quanti
amori,
quanta
vita
insomma.
In fondo
siamo
anche
noi
Cassandra,
Natalie,
William,
Neil,
Kevin,
Gabriel,
Sara,
Jonathan,
Priscilla...Beh,
un po'
di
pazienza
e
vivrete
anche
voi le
loro
storie.
Il
titolo?
Come
dicevo,
pazienza
:))
1
gennaio
2012
Crediamoci
di nuovo
Nella
dolce
speranza
dell’anno
nuovo.
Ma sì,
fingiamo
di
essere
innocenti,
ricettivi,
evviva
la vita,
il
futuro,
le
immense
gioie
della
famiglia,
il
grande
amore
che ci
si
avvolge
addosso
qual
tenero
manto,
che ci
toglie
il fiato…Sono
tutte le
apps
del
nuovo
iPad, la
tabula
rasa
futuristica
che
controlliamo
nel modo
più
assoluto.
Vero,
no?
Allora,
ecco,
scarico
questa,
felicità:
fatto,
nulla di
cui più
preoccuparsi.
Mancanza
di colpi
da
infarto:
click,
scaricata.
Tutto a
posto
adesso,
di
sorpresacce
non me
ne
arriveranno
più.
Proviamo
love.
Niente,
accidenti,
non
disponibile.
Eliminato
dalle
apps,
sovrausato
e
sovrabusato,
sovraparlato
e
sovrabuttato
al vento
come
fosse
una
cartina
della
gomma.
Yeah.
Beh,
andiamo
avanti
anche
senza.
Ma le
altre
apps,
spero
proprio
che non
si auto-cancellino,
non si
sa mai
con ‘sta
tecnologia…Dunque,
amici,
in bocca
al lupo
con
tutto,
con la
vostra
scintillante
tabula
rasa,
che le
vostre
apps
siano
sempre
perfette
e che le
troviate
subito
con un
piccolo
click.
Buon
anno,
Happy
New Year
to all!
24
dicembre
2011
Natale
senza
neve
Evviva!
Lo so,
lo so,
le
cartoline
tradizionali
con le
casette
nei
boschi,
le
slitte
appoggiate
alla
porta, i
bambini
belli
infagottati
in
cappottoni
pesanti
e
sciarpette
turchine,
le
guancine
rosse,
che
giocano
felici e
spensierati
sul puro
manto
candido
che
copre
dolcemente
la
natura
assopita.
Altroché.
Diciamo
invece
auto
seppellite
dalla
neve,
freddo
cane,
impossibile
recarsi
fuori a
meno che
c’hai il
four-wheel
drive
(io no),
ore a
spalare
il
‘soffice
manto’
che poi
pesa un
quintale.
Dunque,
un
Natale
privo di
neve mi
riempie
di gioia
e di
buona
volontà,
molto di
più
delle
canzoni
natalizie
di Bing
Crosby e
Michael
Bublé.
Natale a
New
York, in
giro per
le
strade
scintillanti
di luci,
vetrine
che
diventano
teatrini,
con
giostre
e
marionette,
ovunque
filodiffusione
di dolci
melodie
natalizie,
voci
angeliche,
folle
impazientemente
gioiose,
anche un
bel
caffé
tall
da
Starbuck.
Natale
commerciale,
certo,
ma l’energia
che
genera è
esaltante
e
radiosa.
Tutto
pronto a
casa mia,
i dolci
in
attesa
nella
sala da
pranzo,
un’altra
corsa
frenetica
terminata,
e li
ammiro
con
soddisfatta
felicità.
I miei
adorati
Struffoli,
sempre
bellissimi,
fonte di
ricordi
che mi
riempiono
il cuore
per
Natale e
sempre;
la pasta
reale,
ricca e
friabile,
quell’antico
sapore
di
mandorle
incredibilmente
squisito,
credo
il mio
dolce
preferito
questo.
Poi le
centinaia
di
biscottini
caratteristici
americani,
di tutti
i gusti
e forme,
meravigliosi
e
allegri,
anche
loro
infusi
di
tenere
memorie
create
nella
mia
magnifica
terra
adottiva.
Auguri,
miei
cari
amici,
che
questo
Natale
vi porti
tanta
serenità,
i vostri
cari
accanto
e tutto
l’amore
che
desiderate,
caldo e
travolgente,
quello
che vi
avvinghia
l’anima,
l’unica
cosa che
conta in
fondo.
Merry
Christmas
a voi
tutti,
con
l’affetto
malinconico
di
questa
italiana
in
America.
15
dicembre
2011
L'ho
finito
"La
boutique
del
mistero".
Da
leggere
gli
ultimi
due
racconti:
Ragazza
che
precipita,
I due
autisti.
Dunque
la
storia
si
ripete
incessantemente.
11
dicembre
2011
Invece
di
comprarlo
in
negozio…
Andiamo
a
tagliarlo
noi. Si
fa così
adesso.
Parlo
dell’albero
di
Natale,
il
classico
Christmas
tree
americano,
altissimo
e
verissimo.
Infatti
ci sono
poche
persone
che si
portano
a casa
un
albero
artificiale.
Non è la
stessa
cosa,
dicono,
le
fronde
fresche,
il
profumo
di
pineta (i
migliaia
di aghi
sulla
moquette…),
solo
così si
deve
fare per
un
Natale
tradizionale.
Okay,
allora,
ce ne
sono
tantissimi
di
negozi
all’aperto,
a
dicembre,
dove i
camion
pieni
zeppi di
fogliame
vengono
dai
boschi,
a
portarti
un’enorme
selezione
di abeti
e tali.
Ma per
alcuni
non
basta.
Devono
andare a
prenderselo
loro,
l’alberello,
lassù
nelle
colline,
nei
grandi
boschi
qui
vicino…nelle
Christmas
Tree
Farms.
Perché
mica
puoi
andare
nel
bosco e
cominciare
a
lavorar
d’accetta
dove e
quando
vuoi
naturalmente,
gli
ambientalisti
ti
farebbero
a pezzi
(per
modo di
dire).
Per cui
gli
agricoltori
con un
gran
senso di
affari
hanno
formato
dei
campi
dove si
coltivano
alberi
il cui
unico
destino
è
diventare
alberi
di
Natale,
abbattuti
diligentemente
da
clienti
che
hanno
forse
sempre
desiderato
di
essere
dei
taglialegna.
Okay, io
no. Ma
ce ne
sono
tante di
persone
(tra cui
anche
donne)
che
preferiscono
procurarsi
il
grande
simbolo
di
Natale
in
questa
maniera
un po’
più
faticosa.
Qualche
giorno
fa, la
mia
figlia
più
piccola
ha
appunto
accompagnato
la
famiglia
di una
sua cara
amica in
una tale
farm,
in cerca
del pino
perfetto.
Una vera
e
propria
gita di
famiglia,
con
panini,
coperte
e il
portabagagli
bello
pronto
sul
tetto
del Suv.
Sdraiati
a terra
(sull’apposita
coperta),
madre -
e poi
padre -
sotto le
fronde
fitte
dell’albero
scelto
con
grande
cura e,
con una
sega
procuratasi
dal
garage
di casa,
si sono
messi a
recidere
il
tronco.
Insomma,
il
tronco è
un
tronchetto,
e dopo
una
decina
di
minuti
casca e
non hai
neanche
il tempo
di
gridare
Timber!
che è
già al
suolo (o
già
afferrato
da
qualcuno
- non è
poi una
sequoia…).
Tutti
soddisfatti,
poi, lo
trascinano
dove ci
sono le
macchine
speciali
che te
lo
infilano
in una
reticella
per
contenerlo
bene
quando
lo leghi
sul
portabagagli.
Fatto.
L’alberello
ottenuto
al modo
dei
pionieri
adesso
s’innalza
fiero
nel
salotto,
addobbato
con
dozzine
di
palline
scintillanti
e lumini
bianchi,
profumatissimo
di
pineta,
degno
compagno
del
maestoso
caminetto
nella
loro
bella
villa a
quattro
piani.
Well,
chiede
mia
figlia,
emozionata,
quando
andiamo
noi a
procurarci
l’albero
così?
Mi
tenete
presente,
voi,
lettori
fedeli?
Io, Miss
Centro
Commerciale,
al
freddo
nei
boschi,
con gli
scarponi
e
l’accetta
in mano?
Comunque
il mio
albero
rigorosamente
finto,
uscito
da uno
scatolone
di
Walmart,
coi rami
che si
montano
seguendo
il
color
code,
è
meraviglioso
lo
stesso,
perfetto
accanto
al mio (modesto)
caminetto
di
mattoni.
Merry
Christmas!
10
dicembre
2011
Tic
Tac
Già
Natale.
Troppo
presto,
non ero
ancora
pronta.
Ancora
ferma
all’anno
scorso
quando
pensavo
mi
angustiavo
dicevo
un altro
Natale,
mi
recintano
mi
schiacciano
queste
feste,
Pasqua,
il 4
luglio,
l’estate
senza
parole
da
nessuna
parte,
lunghissima
e
solitaria,
con la
mente
che poi
viaggia
da sola
anche lì,
sai, e
mi fa
rabbia
ma anche
una
maledetta
nostalgia.
Sempre
più
sottile,
quasi
invisibile,
il filo
che
unisce
le
nostre
sponde, ma sempre
rovente
nonostante
le
cascate
di acqua
ghiacciata
che ci
si versa
sopra.
La vita
che
fugge
spietata,
ladra
sfacciata
di tante
parole
non
dette.
Sogni e
desideri
abbandonati
all’aridità
del
deserto
che hai
creato
perchè
hai
paura di
sentire
di nuovo.
Gioie e
dolcezza
che ti
sfiorano,
ti
regalano
un
attimo
di
speranza,
poi te
la
strappano
via come
se non
te la
meritassi.
Forse
no, non
la
meriti.
Né io né
te. Ma
lo
spreco,
quello
schifo
di
spreco,
mi
divora
l’anima.
La
dissipazione
di un
dono che
avrebbe
potuto
riaccendere
la
fiamma
della
vita
ormai
solo
banale e
insipida.
E poi
l’hai
vista
accesa,
ardente,
teneramente
violenta.
Ma ti
volti,
cambi
rotta e
fingi (fingi!)
di
parteciparci
ancora,
alla
vita. E
il
tempo,
perfido,
implacabile,
passa.
Mi
guardo
l’orologio
freddo
(no,
caldissimo)
sul
polso e
le
freccette
sembrano
girare
impazzite.
Tic tac.
3
dicembre
2011
Parliamo
di
autoreggenti:sì,
sono
belle,
però…
Questo è
per voi
donne.
Allora,
le
autoreggenti.
Certo,
così
leggere
e setose,
con
disegni
e ricami
intricati,
reticelle
sottilissime,
in una
gamma di
colori
da sogno,
ce n’è
un paio
per ogni
occasione.
Poi te
le tiri
su e ti
trovi
fra le
dita
quel
pizzo
così
sexy che
ti si
adagia
delicatamente
sulla
pelle
col
nastro
autodesivo
che le
tiene a
posto.
Eleganti
e
femminili,
queste
calze
moderne
sono
certo
più
comode
delle
classiche
che si
attaccavano
con
quelle
giarrettiere
che si
notavano
sempre
sotto
una
gonna
bella
attillata.
Oh, ne
ho messe
tante di
quelle
calze
tradizionali
nella
mia
vita,
soprattutto
nei miei
anni
italiani,
perché,
beh,
piacevano.
Le
autoreggenti
piacciono
anche di
più. Ma
c’è un
problema.
Scendono.
Sì,
cascano,
si
srotolano,
scivolano,
chiamatelo
come
volete,
ma
insomma
a un
certo
punto te
le trovi
alle
caviglie.
Di
solito
solo una
(l’altra
un po’
dopo).
Sempre
quanto
meno te
l’aspetti
e,
naturalmente,
mai
quando
sei a
casa.
Per
esempio
nel
reparto
arredamento
di
Bloomingdale’s.
Infatti
m’è
capitato
un paio
d’anni
fa, che
ero lì
in giro
con
un’amica
che
cercava
scaffali,
credo,
neanche
mi
ricordo.
Quel che
ricordo
bene è
il senso
di…rallentamento
della
stretta
intorno
alla
coscia.
Solo
alla
sinistra.
Poi,
lentissimamente,
il calo
dell’abbraccio
setoso
all
gamba e
la
formazione
di
qualche
pieghina
al di
sopra
del
ginocchio.
Allora
che fai,
sei in
pubblico…Cambi
rotta,
ecco: ti
avvii,
con la
mano
premuta
sulla
gonna,
verso un
divano,
una
scrivania,
anche
qualche
cesto di
plastica,
insomma,
cerchi
un
qualcosa
che
faccia
da
paravento,
mentre
ti
sollevi
la gonna
con
discrezione
(speri)
e tiri
sodo
sull’orlo
per far
risalire
la calza,
che poi
cascherà
di nuovo
subito
quando
esci dal
nascondiglio.
Mentre
lei poi,
l’amica,
continuava
a
ciarlare
di
etageres
e
armoires,
chissà
se quel
monoblocco
lì sta
in tinta
col
tavolino…Allora
non
c’era
più
niente
da fare,
così
sono
sparita
di nuovo
dietro a
un
mobiletto
tv (lei
non se
ne
accorse
nemmeno,
tanto
era
presa
dall’entusiasmo
del
design),
mi sono
sfilata
velocemente
tutte e
due le
calze e
me le
sono
buttate
in borsa,
sperando
calorosamente
che quel
bambino
che
giocherellava
tra le
poltrone
non se
ne fosse
accorto.
Era poi
anche
inverno,
per cui
le mie
gambe
improvvisamente
nude e
pallide,
sotto un
giaccone
pesante,
cominciarono
ad
attirare
più
sguardi
curiosi
del
display
delle
lampade
avant-garde
a forme
umane
con in
testa un
paralume.
Poi
quell’altra
volta in
libreria,
mentre
sfogliavo
libri di
cucina,
tutta
tranquilla,
e mi
sento
l’inizio
della
‘discesa’
su una
gamba,
mollo
subito
il libro,
ci provo
come al
solito a
fermarla,
e farla
‘riattacare’,
se fosse
possibile
(non lo
è), poi
mi
nascondo
tra due
tavoli
coperti
da
grandi
volumi
di
photo-books,
aspetto
che la
coda
alla
cassa
diminuisca,
mi
avvicino
al banco,
strascicando
le gambe,
e prego
la
commessa
di darmi
un paio
di
elastici
belli
larghi!
La
soluzione,
dunque,
di
questo
noiosissimo
problema,
pur
volendo
continuare
a
indossare
le
autoaderenti
super-sexy
di
Calzedonia
e di
Victoria’s
Secret?
Tenere
un
collant
di
scorta
in borsa.
Sì, vai
al
sicuro
con
questo,
a posto
ci resta.
Meglio
se della
stessa
tinta.
Infatti,
ieri ero
a
Trader
Joe’s,
un
negozio
alimentari
a
Eastchester,
con in
mano
delle
bottiglie
d’olio
di oliva,
quando
la
familiarissima
sensazione
di
rallentamento
del
nastro
adesivo
mi mozza
il fiato.
Ce
risemo.
Ma
stavolta
mi ero
preparata:
un bel
collant
‘fumo’
(la
stessa
tinta
delle
calze),
tutto
ripiegato
in una
bustina.
Poso
l’olio,
mi avvio
casualmente
(certo,
a gambe
strette)
verso la
restroom,
dove mi
chiudo a
chiave,
mi
permetto
di
respirare
di nuovo,
getto le
bellissime
calze
inerti
nel
cestino,
e
m’infilo
il
collant.
Voilà!
Poi di
corsa a
Lord
& Taylor
a
comprarne
un altro
paio,
grigie e
a rete
velata
stavolta
(col
collant
abbinato,
ovvio).
Ma sì,
sono
così
belle…
29
novembre
2011
Torri
Lo so
che eri
una
principessa.
Forse
anche
prigioniera
in una
torre
ricoperta
di edera
e
circondata
da
cancelli
a punte
aguzze,
ma eri
lo
stesso
una
principessa.
C’era
uno
strano
senso di
sicurezza
nell’ombra
tenue
che
foderava
le
pareti
al
principio
della
sera, e
benché
le
catene
ci
fossero
intorno
ai polsi,
erano
pur di
seta e
non
tagliavano.
In fondo
era solo
dovuto
ad amore
esageratemente
timoroso,
quella
tua
permanenza
involontaria
nella
torre.
Finché
tu
trovasti
la forza
e la
rabbia
di
liberarti
dai
nastri
di seta,
e
scavalcasti
il
davanzale
per
tuffarti
nella
gioia
esilarante
della
libertà.
Che mi
afferri,
gridavi
inebriata,
che mi
porti
via da
qui,
quel
vento
straniero
che mi
sussurra,
seducente,
le
promesse
più
dolci.
Ma la
nuova
torre
era
ancora
più alta,
sfiorava
le
nuvole,
anzi ci
si
nascondeva
dentro,
e non
vedevi
più
nulla.
Le
catene
nuove
luccicavano,
ma erano
dure e
pesanti
e ti
avrebbero
spezzato
i polsi
se le
avessi
tirate
troppo
per
avvicinarti
allo
spiraglio
nel muro,
tanto
per
sbirciare
il filo
dell’orizzonte
che
speravi
ci
fosse.
Ma non
c’era,
non
c’era
mai.
Allora
ti sei
rassegnata
a non
sentire
più,
perché
meglio
in preda
all’apatia
che allo
strazio
del
rimpianto
e al
peso
schiacciante
della
delusione.
E vaghi,
sola,
nel
castello
immenso
e cupo,
trascinandoti
addosso
quel
fardello
dolce
amaro
dei
ricordi
che
certo (e
lo sai)
saranno
la tua
unica
salvezza.
Vaghi,
dunque,
e
inciampi
a volte,
ma ti
tiri
sempre
su. Da
sola.
Ogni
tanto
raggiungi
pure
lo spiraglio.
E guardi
il fiume
che
scorre
sereno,
specchio
del
cielo e
delle
rive
boscose,
impervio
al
percorso
doloroso
del
tempo.
Poi la
nebbia
sottile
e
insistente
lo fa
scomparire
di nuovo.
No, non
sei più
una
principessa.
24 novembre
2011
Ecco la
gran
festa!
Infatti
siamo
qui di
nuovo a
pensare
a
tacchini
ripieni,
crostate
cremose
e lunghe
tavolate
festive.
Beh, la
tavolata,
io no.
La mia
famiglia
consiste
di poche
persone,
e tutti
i miei
cari
originali
si
trovano
sempre
in
Italia.
Siamo in
pochi
noi, ma
la
tavola
sarà ben
imbandita
con i
piatti
tradizionali
americani
(e no)
che
tutti si
aspettano
e non
vedono
l’ora di
assaggiare.
Comunque,
amici
italiani,
v’invito
a
festeggiare
anche
voi
questa
bellissima
giornata
di
ringraziamento,
con
l’offerta
delle
mie
ricette
per il
tacchino
farcito
e la
crostata
di zucca,
che ho
tradotto
in
italiano
apposta
per voi.
Via,
provateci,
non sono
difficili,
ci vuole
solo un
po’ di
tempo e,
naturalmente,
grande
amore
per la
cucina.
Ma
questo
ce
l’abbiamo
tutti (o
quasi),
no?
Happy
Thanksgivingto
all of
you!
13
novembre
2011Chili
con
carne:
il fuoco
addosso
Sì,
vero, le
parole
sono
spagnole,
e questo
piatto
fiammante
viene
certo
dal
south of
the
border.
Beh, non
esattamente,
diciamo
più dal
Texas,
dove
l’influenza
messicana
è molto
pronunciata,
soprattutto
nel cibo.
Infatti,
il
super-famoso
Chili
è un
miscuglio
di
prodotti
americani
e spezie
messicane,
con
quell’accento
Tex-Mex
che
rende
unica la
cucina
del
sud-ovest
degli
States.
È
un
piatto
invernale,
quando
piove e
fa quel
freddo
umido
che ti
penetra
nelle
ossa, e
tu
vorresti
avvolgerti
in una
coperta
alle tre
del
pomeriggio
anche se
non è
poi
tanto
pratico.
Allora,
non
piove
oggi, fa
freschetto,
ma il
sole c’è
ed
incendia
i colori
radiosi
delle
foglie
rosse e
arancioni,
ma me ne
è venuta
voglia.
Così mi
sono
fatta
una
corsa in
un
supermercato
qui
vicino,
che
vende
soprattutto
prodotti
latino-americani,
trovato
tutto
velocemente,
ed
eccomi
in
cucina a
tritare
cipolle,
aglio e
peperoni
verdi.
Naturalmente
non sono
sola con
le
pentole
e i miei
pensieri
eclettici,
ma la
musica
calda e
vellutata
della
bossa
nova mi
fa
compagnia,
mi
accarezza
con
quelle
note
pigre,
sensuali
e
morbide,
e quasi
sento
sul
collo il
sussurio
melodico
e lento
di Celso
Fonseca…Cada
um…mentre
lavo con
delicatezza
le
foglie
di
cilantro,
esotico
e
profumatissimo,
molto
simile
al
prezzemolo
nell’aspetto,
ma molto
diverso
nel
sapore.
Il
macinato
di manzo
frigge
allegramente
in un
pochino
d’olio,
ed io lo
tengo
d’occhio
mentre
cerco le
varie
spezie,
il
cayenne
in
polvere,
di un
color
rosso
mattone,
bello
forte,
ne userò
un paio
di
cucchiaiate,
tanto
per dare
un bel
kick
al
piatto,
ma non
tanto da
bruciarti
gola e
esofago.
Poi
afferro
un
vasetto
di
cumino
in
polvere
e lo
aggiungo;
un bel
pizzico
d’origano,
sale,
purè di
pomodoro
molto
concentrato
e poi
dell’acqua.
Sarebbe,
potrei
versarci
acqua,
ma non
mi va,
troppo
semplice.
Trovo
una
bottiglietta
di birra
lager
nel
frigo e
ce la
verso
dentro,
bionda,
che si
mischia
col
pomodoro
e le
spezie,
il tutto
acquista
poi una
tinta
rosso
scuro.
Chiudo
gli
occhi
per un
momento,
quando
la voce
inconfondibile
del
grande
Caetano
Veloso
mi
sorprende
dolcemente,
Eu
sei que
vou te
amar,
e mi
scorre
addosso,
leggera,
ma anche
febbrile,
e mi
sento
risvegliare
la pelle,
sensibilissima,
e tutta
la
joie de
vivre
che non
avvertivo
da tempo
mi
risuscita
dentro e
mi
accende
l’anima.
Ma sì
brucio
sempre
io, non
lo sai?
E
spezzetto
con le
dita le
foglioline
tenere
del
cilantro,
verdine
e
fragranti.
Mescolo
il mio
miscuglio
magico,
e mi
ritrovo
a
dondolarmi
leggermente,
i
fianchi
guidati
dalle
note
esotiche
di una
samba
lenta e
anche
oziosa,
che mi
avviluppa
il corpo
e mi fa
‘sentire’
come non
mai. Il
profumo
vivace
del
chili
s’innalza
nel fumo,
mi
raggiunge
le
narici
ed io lo
assorbo,
ed ecco,
so che è
ora di
aggiungerci
quel
tocco
speciale,
l’ingrediente
segreto
che ne
cambierà
il
sapore
un
tantino
da
renderlo
piacevolmente
esotico.
Ne
taglio
in bel
pezzetto,
e lo
vedo
sgretolarsi
sul
taglierino,
una
polvere
scintillante,
scura e
dolce-amara
profumata
di
cannella
e
mandorle.
Si
scioglie
subito,
quando
la verso
nella
pentola,
ed io
continuo
a
rigirare
il
miscuglio
denso ma
fluido,
mentre
ascolto
quelle
parole
brasiliane
che non
conosco
ma
capisco
lo
stesso,
e forse
mi sarà
anche
possibile
machuchar
meu
coracao…Claro
que si…Eccovi
la
ricetta,
mis
queridos.
1
novembre
2011
La
boutique
del
mistero
L'ho
comprato
all'aeroporto
di
Napoli
in
ottobre,
questo
volumetto
leggero.
Una
raccolta
di
racconti
di Dino
Buzzati
che non
conoscevo.
Allegorici,
fantasiosi,
moralisti,
c'è
di tutto,
e le
pagine
ti
scivolano
tra le
dite, le
righe
scorrono
davanti
agli
occhi
veloci e
fluide,
accarezzandoti
con
vocaboli
sublimi.
Insomma
un
grande
scrittore.
Poi
c'era
una
novella
- breve,
calma ma
intensa
-
scritta
come una
lettera,
o un
biglietto
strappato
da un
quaderno
così, e
caricato
subito,
spontaneamente,
di
parole
che ti
saltano
giù dal
cuore e
dall'anima
prima
che tu
riesca a
ripensarle.
E
parlava
a me, di
me, con
me, i
miei
pensieri,
anche se
non
uguali,
ma con
lo
stesso
scopo,
la
stessa
tristezza,
brama,
anima
strappata
e
ricucita
male.
Dirti
cose che
forse
non
vorresti
sentire,
probabilmente
non
capiresti,
oppure
sì ma
meglio
fingere
di no.
Ma le
direi lo
stesso.
Struggente
questa
storia,
t'infiltra
l'anima
e per un
po' -
qualche
minuto -
dopo
averla
letta,
ti premi
le mani
sulle
guance,
cerchi
di non
piangere
e ti
chiedi
perché,
perché,
perché.
S'intitola "Inviti
superflui".
28
ottobre
2011
Sogni di
sari
Il
sari.
Etereo,
lunghissimo,
soffice
e setoso,
risplende
turchino
e mi
avvolge
tutta,
piega su
morbida
piega,
adagiandosi
leggermente
sui
fianchi,
mentre
scopre
appena
il
ventre.
Finalmente
è mio,
prezioso
dono che
rende
vive
quelle
fantasie
esotiche
che mi
gironzolavano
per la
testa da
anni
infiniti.
Forse
anche
dai
tempi
della
media,
quando
leggevo
avidamente
i
romanzi
avventurosi
di
Emilio
Salgari,
immaginandomi
una
principessa
indiana
dai
lunghissimi
capelli
intrecciati
con
rubini e
smeraldi,
sola e
malinconica
in un
palazzo
sul lago,
in
attesa
del suo
eroe,
forse
anche il
grande e
misterioso
Sandokan.
Sì, lo
desideravo
sempre
il sari,
al punto
che poco
prima di
sposarmi,
mentre
giravo
per le
vie di
Napoli (salutandola
insomma,
prima di
partire
per
l’America),
mi
ritrovai
a Via
Chiaia,
ad
ammirare
le
vetrine
eleganti,
quando
un
manichino
in un
negozio
per
spose mi
mozzò il
fiato:
indossava
un sari,
bianco
purissimo,
di un
tessuto
un po’
lucido
che le
scopriva
una
spalla.
Quasi
entrai
(lo
volevo!
lo
volevo!),
certo
avrei
potuto
mettermelo
per il
mio
matrimonio,
che
meraviglia,
diversissimo,
seducente
ma anche
dolce,
semplice,
misterioso
e
intrigante.
Ma no,
poi
sfiorai
appena
il vetro
e mi
allontanai.
Che
sciocchezze,
sposarmi
in sari,
tutti mi
avrebbero
presa
per
pazza…E
in
realtà,
menomale
che finì
così,
perchè -
molti
anni
dopo -
venni a
sapere
che in
India
sono
solo le
vedove
che
portano
il sari
bianco!
Comunque
il mio
grande
interesse
per la
cultura
indiana
mi ha
sempre
seguita,
ed io ho
continuato
a
coltivarlo
attraverso
la
lettura
di
romanzi
di
scrittori
indiani
di
grande
talento
e
fantasia,
come le
meravigliose
scrittrici
moderne
Jhumpa
Lahiri
and
Chitra
Banerjee
Divakaruni,
che sono
per me
fonte di
grande
ispirazione
letteraria.
Poi ci
sono i
curry
che io
adoro (e
cucino
pure,
vedi
ricetta
per il
Pollo al
curry),
i
chappati
e i
naan
belli
gonfi e
morbidi,
panini
tradizionali
dall’aroma
divino,
e quei
dolci
cremosi
fatti
col riso
profumato
del
Kashmir,
il
delicatissimo
basmati,
e
aromatizzati
dalla
mia
spezia
preferita,
il
misterioso
cardamomo.
Sogni di
avventure
e amori
proibiti,
la
musica
sibilante
del
sitar,
incontri
segreti
in
giardini
profumati,
sempre
avvolta
in un
sari
sgargiante…Ed
eccomi
qui, nel
mio
alter
ego,
felice e
emozionata
nel mio
sari
azzurro,
regalo
di una
amica
indiana
Sudha
N., con
cui
condivido
molti
interessi
(lei è
completamente
innamorata
dell’Italia!),
tra cui
la
letteratura
e la
cucina.
Un
desiderio
esaudito,
ecco,
proprio
come
nelle
fiabe
delle
mille e
una
notte.
Allora,
cari
amici,
anche le
bionde
possono
permettersi
il
sari,
no?
27 ottobre
2011
Allora
La
maleducazione
giovanile
è molto
irritante,
ma
quella
di una
persona
matura è
un
obbrobrio
e non
sarà mai
perdonata.
19
ottobre
2011
Pensavo
Ho
notato
questa
grande
differenza
tra
l'atteggiamento
degli
americani
verso la
vita
e quello
degli
italiani:
se
insoddisfatti
della
loro
sorte,
gli
americani
spesso
ce la
mettono
tutta
per
cambiarla;
gli
italiani
invece
si
rassegnano
a
vivere
una vita
di
rimpianti.
Che
peccato,
signori
italiani,
che
gran
peccato
...
18
ottobre
2011
Caffè
milanese
Scalo a
Milano
il 4
ottobre.
Era da
un po’
che non
ero
all’aeroporto
Malpensa.
Allora,
pensavo,
due ore
a far
niente,
in
attesa
del volo
per
Napoli,
girovagando
per le
boutique
tipo
Prada e
Gucci, a
fremere
dal
desiderio
di far
mia
qualche
bella
borsa di
pelle
morbidissima
che non
potrei
mai
permettermi.
Dalle
vetrate
entra
una
bella
giornata
limpida
e la
silhouette
maestosa
delle
Alpi
sullo
sfondo
m’ispira.
A
ricordare,
a
cercare,
a
sentire.
Anche
quello
che fa
male,
perché
c’è poi
quel
profumo
indelebile
di
dolcezza,
struggente
e
sanguinante,
vero, ma
comunque
mio. Un
bar
qualunque,
lì a
Malpensa,
un
tavolino
all’aperto
che
sarebbe
poi
l’interno
dell’aeroporto.
Seduta
di
fronte
ai miei
ricordi,
sorseggio
il caffè
che è
buono,
sì,
molto
più di
quanto
mi
aspettassi.
O
sperassi.
Caffè
milanese,
amaro ma
dolcissimo,
mi
scalda
le dita
e
l’anima,
mentre
accarezzo
lentamente
la
tazzina
svasata,
poi ci
lascio
qualche
traccia
di
rossetto,
la mia
impronta
che
presto
sparirà
via come
quell’ora
e mezza
che
credevo
di aver
sognato,
ma no.
Tornano
i
fantasmi,
quando
meno te
l’aspetti,
e anche
quando
li
intravedi
attraverso
quel
fumo
aromatico,
ci credi
appena
perché
certe
cose non
succedono,
ecco,
mai.
Miracoli,
non ci
spero io,
solo
un’illusione
della
mente
che non
riesce
mai a
trovare
pace.
Allungo
la mano
e tocco
il
tavolino:
tremo.
Sì, mi
capisce,
Milano.
Sono in
Italia,
certo,
di nuovo,
e la
sento
mia e la
voglio.
Tanto,
troppo.
Impacciata,
alla
luce di
quei
ricordi,
quasi
visti
attraverso
un velo
che non
riesco a
spostare.
O forse
ho paura
di
provarci.
Anni,
una
vita,
forse
anche di
più, ma
non
cambia
niente.
Accidenti,
non
cambia
niente.
Quel
feeling,
vecchio,
anzi
antico,
mi
scivola
addosso,
turbante,
ed io mi guardo
in giro,
parlo un
po’ di
tutto
perché
non so
dove
dirigermi…Emozioni
nude,
che devo
trattenere
perché,
beh,
perché.
Sì,
sentire,
sento, e
ho
voglia
di
fermarmi,
dire
basta,
ricomincio.
Mi
stringo
i
fantasmi…ma
si
dissolvono
nel
nulla.
Forse
non
stringevo
forte.
Ma
potevo?
Buono il
caffè,
caldo,
scuro
come il
pozzo
dove è
caduto
il
passato,
e lo
vedo a
stento.
Ma lo
vorrei,
sì,
prendermelo
in mano
ed
adagiarci
su la
guancia.
Confortami,
fammi
resuscitare,
caffè
milanese.
Passa,
crudele,
il
tempo.
Di
più,
sempre
di più.
Vorrei
tanto
aggrapparmi
a quel
filo
sfuggente…
1
ottobre
2011
Più che
mai
Strano,
ma non
capisco
perché
stavolta
mi sento
così
emozionata.
Il
viaggio
in
Italia
tra un
paio di
giorni,
beh, me
lo sento
addosso,
dolce
peso
strepitoso,
che mi
sbatte
da tutte
le parti,
un
roller-coaster
di
sentimenti,
un tuffo
nell’ignoto
e senza
salvagente…Chissà
cos’è,
forse il
tempo
che
passa
inesorabile,
la
speranza
(e la
paura)
del
futuro,
questo
feeling
di
trovarsi
sospesi
tra due
mondi
che a
volte
sono
irreconciliabili.
La gioia
indescrivibile
di
vedere i
miei
cari,
immergermi
di nuovo
nella
vita
com’era
allora,
ma
diversa,
chiaro,
anche se
ha lo
stesso
sapore
di
mare.
Per poi
ripartire,
chiudere,
non
pensare,
o almeno
cercare
di non
farlo,
perché è
struggente
quel
dolore,
quando
ti
strappano
via da
dove hai
lasciato
te
stessa
com’eri
da
innocente.
Accidenti
alla
distanza,
anche
oggi con
tanto di
velocissimi
aerei,
prenotazioni
elettroniche,
a solo
qualche
click
dalla
meta…Le
maledette
complicazioni
della
vita che ci
impediscono di
esporci,
di
lanciarci,
aprirci,
“provare”
completamente,
senza
timore,
rimorso,
privi
della
rabbia
che ci
corrode
perché
siamo
così
impotenti
anche se
dovremmo,
in fondo,
essere
liberi.
Un’illusione,
la
libertà,
che ci
sfugge
di
continuo
perché
in
realtà
non
esiste
per
nessuno.
Mi sento
leggera,
volo,
spero,
sogno…ma
si
esaudirà
questa
voglia (esultante!),
o mi
troverò
un’altra
volta in
un
aeroporto
freddo,
chiassoso,
falso
amico
scintillante
e
impersonale?
Uno dei
tanti
dove ho
fatto
tappa.
Vale la
pena
flirtare
col
passato,
o ti
bruci
solo, e
poi…e
poi.
Continua,
la vita,
finché
continua.
Vulnerabile,
fragile,
pronta
(credo)
ad
affrontare
il mio
vecchio
mondo.
Spero
che non
mi
strapazzi
troppo.
Sono
forte io,
lo dico
sempre,
ma non
poi
tanto,
sempre
una
donna,
sempre
impressionabile
anche se
lo nego
con
veemenza.
Prendimi,
Italia,
raccontami
le tue
storie
di
allora,
cullami,
confortami,
ma
attenta
a quando
mi
riscagli
nell’oceano.
Forse
non ce
la farò
a stare
a galla
stavolta.
Anche se
ci provo,
ci provo
sempre.
Più che
mai mi
sgomenta,
questo
viaggio,
sì, più
che mai
mi
emoziona…Attenta,
Italia,
non
lacerarmi
l’anima.
Mi
ascolti?
26
settembre
2011
Come
sarebbe
vivere
al di
fuori
della
scuola?
Una vita
senza
scuola.
Okay,
voglio
dire,
dopo
aver
vissuto
la tua
bella
vita
scolastica
come
certo
devi,
altrimenti
che
cavolo
ne fai
del
futuro.
Insomma,
come
sarebbe,
mi
domando,
un’esistenza
che non
cominci
a
settembre
e
finisca
a giugno?
Allora,
ovviamente
avrete
capito,
dico
come
sarebbe
vivere
al di
fuori
della
scuola?
Anni,
decenni,
di
avventure
scolastiche,
belle o
spiacevoli,
dolci (tante!),
amare e
anche
deprimenti.
Figlia
di una
docente
e un
dirigente
di
scuola,
sono
cresciuta
tra i
banchi e
i libri,
l’odore
di
matita e
gesso
sempre
presenti,
forse
anche
un po’
la mia
comfort
zone,
vero, ma
lo
stesso
un
perimetro
stretto
e rigido.
Poi,
quando
hai
finalmente
terminato
i tuoi
anni in
aula,
arrivano
i figli
e si
ricomincia
daccapo.
Lunch
boxes,
pagelle,
quaderni,
pastelli,
poi
proms,
graduations,
e ampi,
emozionanti,
college
campuses
e super-cari
libri
d’istruzione.
Poi,
poi,
poi…se
ci
lavori
pure
nella
scuola,
giorno
dopo
giorno,
l’orario,
la
sveglia,
gli
alunni
che
diventano
tutti
uguali
anche
quando
sono
diversissimi,
perché
le
storie
sono poi
le
stesse,
che
siano in
italiano,
inglese
o
spagnolo.
Yeah,
come
sarebbe
per
esempio
trovarsi
ad
agosto e
pensare
a
settembre
come al
mese
prossimo,
non
quello
quando (accidenti!)
ricomincia
la
scuola.
Un mese,
diciamo,
quando
potrei
farmi un
viaggetto
a Londra,
oppure a
Parigi,
o anche
a Los
Angeles,
tanto
non
c’entra
il
periodo
dell’anno,
tutti i
mesi
sono
buoni se
noi sei
limitato
dalla
scuola. E
tu
capisci,
vero,
viaggiatore
imperterrito?
Ma sì,
lo so,
che
abbiamo
tutti i
nostri
obblighi,
ben al
di fuori
della
scuola.
A meno
che sei
uno dei
pochi al
mondo
super-fortunati,
che
hanno il
piacere
e la
gioia di
lavorare
freelance.
Dunque,
vado in
Francia
a
settembre,
direi,
c’è
questo
capitolo
del mio
romanzo
che si
svolge
nel
terzo
arrondissement e
voglio
scrivere
sul
luogo…Sogni,
sogni,
sogni.
Ma
la
smetto
qui:
devo
preparare
le mie
cose per
la
scuola.
(E poi,
beh,
chissà,
forse mi
mancherebbe…).
15
settembre
2011
Portici:
ritorno
al
dolce-amaro
All’inizio
di
ottobre
mi
faccio
la corsa.
La
solita
annuale.
Sarebbe:
torno a
casa. A
Portici,
the
one and
only.
Pochi
giorni
purtroppo,
una
decina,
che
voleranno
via come
gli anni
che ho
trascorso
senza
venirci.
Ma
lasciamo
il
passato
al suo
posto
nell’ombra;
si
guarda
avanti,
per
costruire
altre
storie.
E ne
voglio
costruire
di
storie
io, con
quello
sfondo
malinconico
che mi
accoglie
ogni
anno,
quando
mi
sprofondo
di nuovo
nel mio
natural
habitat.
Sarete
lì, lo
so, mie
care
strade e
traverse,
diverse,
ma lo
stesso
non
cambiate.
Perchè
c’è quel
feeling
su
ciascuna
di voi -
che sia
un odore,
un suono
o solo
la voce
dei miei
ricordi
- che vi
rende
uniche
al mondo.
Che mi
offri,
Portici,
stavolta?
Di che
mi fai
venir
voglia?
Di
rincorrere
sogni
mai
esauditi,
o appena
assaggiati,
diciamo
un morso,
un sorso,
di quel
desiderio
profondo,
insaziabile,
di
prendirmi
tutto,
viverlo
alla
grande,
e poi
gridare
al mondo
che no,
non ne
ho di
rimpianti,
neanche
uno…Magari.
Ma
perché
restiamo
così
maledettamente
incastrati
in
questo
triste,
grigio (pesantissimo!)
conformismo
che
deride
la
libertà
delle
emozioni,
quella
che una
volta
regnava
possente
nel
nostro
animo?
Non
siamo
poi
tanto
cambiati
in fondo,
solo
qualche
strato
di più
di
diffidenza,
cinicismo,
esagerata
cautela
e -
peggio
di tutto
– una
tragica
rassegnazione.
Ma io
no! Mai
rassegnata,
mai
distesa
a terra
a farmi
calpestare
dagli
eventi
che
dovrebbero
essere
inevitabili,
chi
riesce a
combatterli,
è la
vita,
e tutte
‘ste
schifezze
che si
dicono
quando
si
accettano
le
catene
della
vigliaccheria.
Ma
spezzale,
le
catene!
Sei più
forte tu
(e anche
tu che
distogli
gli
occhi
dalla
felicità
quando
te la
trovi in
faccia),
lanciati
nel
delirio
gioioso
della
vita
vissuta
in pieno,
al
massimo,
dono
stupendo
e
fuggente.
Accoglimi,
Portici,
tra le
tue
braccia
antiche,
fammi
una
sorpresa…Eccomi
a te,
esule,
figlia
prodiga,
cittadina
del
mondo
emotivo,
risoluta
a
tuffarmi
di nuovo.
Anche se
nuoto
male.
Mi
prendi?
11
settembre
2011
Dieci
anni fa:
ma vedo
ancora
il fumo
nero
Certo
che
continuano
a
trafiggermi
il cuore
quelle
immagini
atroci,
la
distruzione
delle
torri,
l’inferno
degli
aerei in
fiamme,
la morte
inattesa
e feroce.
Anche
dopo un
decennio.
La più
agghiacciante
strage
d’innocenti
– i
nostri
vicini,
i nostri
amici,
ma sì
la
conoscevo…ma
come è
possibile,
l’ho
salutato
stamattina…non
sapevo
che ci
fosse
pure la
bambina
sull’aereo…Vi
sento,
sapete?
Le
vostre
voci sono
ancora
forti e
vive, il
battito
delle
vostre
nuove
ali mi
circonda,
ci
circonda,
il
vostro
eroismo
ci
ispira a
diventare
ancora
più
forti.
Sempre
con noi
sarete,
voi
angeli
nuovi,
eroi
schiacciati
dalla
malvagità
dell’odio
più
assoluto,
ma
sereni
adesso,
a
vegliare
sui
vostri
cari.
Non
sarete
mai, mai,
mai
dimenticati!
La
nostra
bandiera
sventola
sempre
là in
alto,
stupenda
e fiera,
e il
vostro
sangue
la rende
ancora
più
possente.
God
Bless
America!
7
settembre
2011
Via della
Solitudine
La
imbocchiamo
tutti.
Esiste
in ogni
città,
paese e
continente.
Avrà
altri
nomi
ufficiali,
ma il
significato
non
cambia.
La mia
si
chiama
Croton
Avenue.
Ci vado
spesso
lì, è
una
strada
lunga,
ombreggiata
da
querce e
pioppi
che
bucano
il cielo
con le
loro
cime
verdi e
frondose;
ci sono
le
villette,
coi giardini
amorevolmente
curati,
da tutti
e due i
lati, e
le
macchine
passano,
veloci a
volte,
con gli
autisti
immersi
nei loro
pensieri
e
mancati
sogni.
Perché
di
questi
ultimi
ne
abbiamo
tutti.
Il
progresso
della
vita -
normale,
previsto,
d’accetarsi.
D’accettarsi?
Non
saprei,
o forse
sì che
saprei,
perché
la
rassegnazione
non fa
parte
del mio
spirito.
Ma sì,
my
friends,
ci
passeggiamo
tutti,
sulla
via
della
solitudine,
anche se
a volte
ne
neghiamo
l’esistenza.
Non si
avverte
quando
siamo
circondati
dal
furore
della
vita, ci
diciamo,
soprattutto
noi
donne.
Chi ce
l’ha il
tempo di
soffermarsi
un
attimo a
scavarsi
dentro (che
poi fa
male) e
di
rendersi
conto
del
vuoto
assoluto
che ci
regna?
Ma non
hai
bisogno
di
scavare,
te lo
senti
addosso
quel
peso
infame e
cerchi
con
furia di
liberartene
- con lo
scrivere,
con la
sublimità
della
musica,
coi
viaggi
in posti
distanti
dove
credi
che non
riesca a
rintracciarti.
Ma ti
trova lo
stesso.
Può
essere
un’amica,
però, la
solitudine,
forse la
più cara.
Ti si
adagia
addosso
e, un
po’alla
volta,
quel
fardello
si
allegerisce
e ti
porge
un’offerta
di pace:
l’ispirazione
più
acuta
che poi
esplode
esuberante e
riempie
le
pagine
che
credevi
sterili.
Anche
voi,
signori
uomini,
ne siete
preda.
Sì,
anche
voi, coi
vostri
sentimenti
prudenti,
che
siate
medici,
padri e
falegnami,
avvocati
e nonni,
innamorati,
cinici,
disillusi
o
semplicemente
troppo “impegnati”.
Forse
Via
Condotti
è la
vostra
via
della
solitudine,
oppure
la
Quinta
Strada,Via Libertà
o Via
Poli.
E ogni
passo,
su
questa
strada,
vi
sussurra
di ciò
che fu e
di come
si è
dileguato
prima
che
abbiate
avuto il
corraggio
di
capirlo
o
godervelo.
Continuiamo,
dunque,
intrepidi
e
incoscienti,
su
questo
percorso,
o
cerchiamo
di
rifarla
un po’
indietro,
la
strada,
per
recuperare
anche
solo
un’ombra,
un
soffio,
di quel
sogno
interrotto?
29 agosto 2011 Allora, Part 2: di nuovo limpido il cielo
Passata, la madre di tutti gli uragani. Meno peggio di quanto ci aspettassimo. Anzi, nonostante ci siano stati tanti allagamenti, alberi abbattuti e perdita di corrente in molte zone, ce la siamo cavata abbastanza bene. Insomma, nella mia piccola parte di Westchester, ben poco è successo. Mai persa la luce a casa mia, gli alberi nel giardino tutti al loro posto. Eh, sì, come avevamo previsto, il seminterrato s’ è preso un bel po’ d’acqua, ma avevamo installato una specie di pompa automatica, una sump pump (non so proprio come si traduce in italiano) che s’è succhiata l’acqua a poco a poco che entrava, per cui siamo rimasti solo col pavimento bagnato. Una sciocchezza dunque. Domenica ce ne siamo andati in giro per la mia cittadina, fino all sponda del fiume, vicino al piccolo molo dove c’era ormeggiato il traghetto dei pendolari (vuoto e un po’ spettrale). Il fiume era agitato, grigio, schiumoso, aggressivo. Il cielo, dello stesso colore. Che ventaccio tirava, non ci vedevo più con tutti i capelli in faccia…La forza paurosa della natura. Incontrollabile e maestosa. Oggi splende il sole, il cielo è quasi il colore dei puffi, e la vita riprende come prima. Ho fatto un bel dolce per celebrare, una torta alla panna con un tocco di marmellata di albicocche: meravigliosa, vellutata, sapore da sogno. Ma il sapore della vita è ancora più dolce. Life is good.
26
agosto
2011
In
attesa
del
diluvio
universale?
L'arrivo
di
Irene
Vorrei
non
doverci
pensare
a queste
cose.
Ai
disastri
naturali.
Dunque,
abito in
una zona
degli
States
che è
sempre
stata
tranquilla
per
quanto
riguarda
queste
catastrofi.
Certo ci
sono le
nevicate
invernali,
che
anche se
infrequenti,
a volte
ci
bloccano
per
benino
per un
paio di
giorni:
si
chiudono
le
scuole,
gli
uffici,
ecc, ecc.
Una
grande
seccatura,
ma poi
passa e
ci
rimane
solo un
po’ di
mal di
schiena
per aver
spalato
quelle
montagnelle
di neve.
Però ci
sono poi
gli
uragani.
La
stagione
comincia
a giugno
e
finisce
a
novembre.
Di
solito
non ci
danno
fastidio
qui a
New
York: è
la
povera
Florida
che si
prende
le
grandi
mazzate,
con
distruzione
e spesso
anche
parecchie
vittime.
Certo,
anche le
Carolinas
ne
prendono
di botte,
soprattutto
le isole
vicino
all
costa, e
la
famosa
Jersey
Shore
ne ha
passate
di
brutte
anche
lei, con
grandi
danni al
litorale.
Ma a
Westchester,
la mia
contea
appena a
nord di
New York
City,
non
arrivano
mai in
pieno
questi
uragani,
anche se
siamo
sommersi
da forti
piogge,
tipo
monsoni.
Ma
questa,
questa,
pare che
ce ne
farà
passare
un po’.
“Irene”,
quest’uragano
mostruoso,
questa
madre di
tutti
gli
uragani,
è in
agguato,
armato
di
raffiche
di vento
spaventose,
piogge
da
diluvio,
e la
possibiltà
molto
reale di
tanti
alberi
abbattuti,
vetri
rotti e
allagamenti
di
strade,
autostrade
e anche
seminterrati.
Sì,
questo
mi è
successo
tre,
quattro
volte,
tutto il
basement
bell’
allagato
con una
ventina
di cm.
d’acqua.
E noi
con gli
stivali
di gomma
a
tirarla
su con
una
specie
di
aspirapolvere
che
risucchia
l’acqua,
che non
ho la
minima
idea
come si
chiami
in
italiano.
Eccomi
qui ,allora,
prontissima
ad
affrontare
questa
‘tempesta
infernale’
di cui i
media
amano
tanto
parlare
in
continuazione.
Ho tante
bottiglie
d’acqua
messe da
parte,
un
piccolo
bottino
di
batterie
tipo D,
qualche
pila
tascabile,
cibo in
scatolette,
frutta,
un paio
di
torte
casalinghe
(una di
zucchine
e
cannella,
l'altra
al
cioccolato)…e
qualche
bottiglia
di vino.
Ma sì
che ce
la
caveremo,
via…Vi
farò poi
sapere
lunedì
com’è
andata,
la
resistenza
contro
Irene.
Fine di
Part
One.
16
agosto
2011
Un’altra
fine, un
altro
inizio
Infatti
è finito.
Bello
scrivere
The
End
in fondo
al
foglio,
in
grande,
forse la
parte
che ti
da più
soddisfazione.
Okay,
amici,
ho
finito
di
scrivere
un altro
romanzo,
dopo
qualche
anno a
comporre,
cancellare,
cambiare,
non
guardarlo
più,
maledirlo,
maledirmi,
rileggere
e poi,
alla
fine,
innamorarmene.
Sono
tutti
vivissimi
i miei
personaggi,
ansiosi
di
raccontare
la loro
storia,
anche se
ne hanno
passate,
poveretti,
ma
insomma
la vita
non è
facile e
questo
lo
sappiamo
tutti.
Cassandra
si trova
in un
vicolo
cieco e,
nonstante
si giri
di
continuo
(e si
aggrappi
con
disperazione
a ogni
piccola
speranza),
continua
a
sbattere
contro
il muro
là in
fondo.
Poi
arriva
il
pianista
biondino
che
somiglia
un po’ a
Johnny
Depp, e
il muro
comincia
a
scostarsi,
magicamente,
lentamente…Ma
si
aprirà
del
tutto?
Natalie
si
accinge,
per
l’ennesima
volta, a
scrivere
quel
libro di
cui
parla da
anni,
ma,
accidenti,
che
diavolo
succede
quando
poi si
mette lì
davanti
al
computer?
Insomma
le si
blocca
il
cervello.
Anche
dopo che
ne parla
con lui,
sì con
quel
tizio
che
andava
in giro
per la
spiaggia,
quello
con lo
sguardo
penetrante,
il
braccialetto
di cuoio
alla
caviglia,
l’accento
seducente
e
misterioso…Poi
c’è quel
maniaco
di
William,
l’avvocato
alcolista
e geloso,
convinto
di
essere
un ‘grande’,
anche
quando
il
pavimento
gli
crolla
sotto i
piedi.
Un filo,
lieve,
di paura
e
suspense
scorre
nella
trama, e
la
passione
più
profonda
infiamma
i
personaggi,
sia
sulle
spiaggie
di Long
Island
che nei
giardini
tranquilli
di
Westchester.
Piccoli
grandi
segreti,
celati
appena,
sempre
in
agguato,
che
appartengono
a tutti.
E che
dovrebbero
restare
nascosti.
Finché
non lo
sono più.
Dunque,
lettori
italiani,
questo
mio
romanzo
è
scritto
in
inglese,
ma so
che
molti di
voi sono
bravissimi
in
questa
lingua e
potranno
senz’altro
leggerlo.
Tradurlo
in
italiano,
mi
chiedete?
Verissimo,
mi
piacerebbe.
Ma il
tempo,
con le
tante
esigenze
della
vita
quotidiana,
oltre a
tutte le
altre
storie
che mi
girano
per la
testa (così
sfuggevoli!),
bisognosissime
di
essere
trasferite
sul
computer,
beh, il
tempo
proprio
non ce
l’ho.
Certo,
se c’è
qualche
editore
in
Italia (voi
della
Mondadori
mi
sentite?)
a cui
farebbe
piacere
tradurre
questo
romanzo
(o
l’altro,
Dreams,
Lies and
a Touch
of Smoke),
ne sarei
ben
felice.
Vorrei
tanto
offrire
queste
mie
storie
dei
suburbs
americani
ai
lettori
del mio
paese
natale.
Allora,
il
titolo
non sono
pronta a
rivelarlo.
Me lo
tengo
ancora
un po’
dentro,
tutto
mio.
Questo
romanzo
neonato
è ancora
fragile,
devo
nutrirlo
un
pochino
di più.
Vi farò
poi
sapere,
cari
amici.
7 agosto
2011
Viaggi
americani
Certo,
bellissima
città,
Boston.
Elegante,
calma,
metropoli
di
grandi
contrasti,
perché
la
storia,
la vita,
evolve e
i
cambiamenti
sono
assolutamente
necessari,
altrimenti
si
rimane
stagnanti.
Te la
senti
addosso,
la
storia
di
Boston,
soprattutto
quando
segui
quel
sentierino
di
semplici
mattoni
rossi,
chiamato
‘Freedom
Trail’,
la pista
della
libertà,
che ti
conduce
verso
tutti i
famosissimi
siti che
furono
così
significativi
nell’ambito
della
rivoluzione
americana.
La
respiri,
quella
storia
furibonda
e
passionale,
giusta e
sanguinaria,
quando
entri
nei
palazzi
dove i
‘grandi’
del
tempo
s’incontravano
per
discutere
il
futuro
della ‘colonia’.
Il
centro
storico
(che è
poi un
po’
dappertutto)
ti
accoglie
con
semplice
onestà,
un
benvenuto
sommesso
ma
caloroso;
l’aroma
di
frittura
di pesce
croccante
(con
qualche
goccia
d’aceto)
ti
stuzzica
l’appetito,
e la
birra
nei
grandi
boccali
ghiacciati è
ambrata
e
ha un
aroma
piacevolmente
complesso.
Samuel
Adams,
rivoluzionario,
uomo di
stato,
produttore
di birra,
e che
birra.
Entra
dunque
nella
locanda
“The
Bell in
Hand
Tavern”,
di legno
antico e
grigiastro,
mura di
pietra,
le
grandi
finestre
tutte
spalancate
al sole
e al
cielo in
questa
bellissima
giornata
estiva.
C’è una
brezza
dolce
che ti
scompiglia
un po’ i
capelli,
anche
all’interno,
mentre
siedi al
semi-aperto,
le dita
strette
intorno
a un
bicchiere
gelato,
colmo di
quel
liquido
storico.
“The
Oldest
Tavern
in
America”,
dice
l’insegna
lassù,
la
taverna
più
antica
dell’America;
e ti
guardi
intorno:
le travi
pesanti,
i
pavimenti
a
mattonelle
irregolari
e
sorseggi
la birra
che
dette il
sapore
alle
nottate
dei
ribelli
americani.
Vedi,
allora,
come
vorrei
portarti
in giro
per
questi
vicoletti
del
passato,
accompagnarti
in una
vecchia
chiesa
protestante
dal
pulpito
bianco,
dove si
sente
più
l’odore
acrido
del
legno
antico
che
quello
dell’incenso.
Ti
condurrei
sulle
strade
della
North
End,
una
volta
centro
vibrante
degli
emigranti
italiani,
adesso
un
quartiere
di moda,
coi
gerani
sui
davanzali
di
quelle
casette
così
tipicamente
americane,
profumato
dalle
pasticcerie
tradizionali,
dove le
paste
sono
quasi
all’altezza
di
quelle
di
Napoli.
Ci
allontaneremmo,
in
seguito,
da
questa
nobile
ancient
history
per
entrare
nella
luce
brillante
e viva
del
moderno:
grattacieli
a
specchio,
alberghi
di gran
lusso,
viali
fiancheggiati
da
boutique
di Ralph
Lauren,
Marc
Jacobs,
Diane
Von
Furstemberg,
coi
baldacchini
a
strisce
verdi e
bianche
e grandi
vasi di
piante
esotiche
all’entrata.
Verresti
con me
nel
centro
commerciale
del
Prudential
Building,
su
nell’ascensore
velocissimo
che ci
porta al
cinquantesimo
piano,
dove
l’ampio
osservatorio
ci dona
la vista
a 360°
della
città
intera,
palazzi
dalle
cupole
dorate,
i viali
alberati,
il
traffico
ordinato,
il
Charles
River,
dove
duecento
anni fa
galleggiavano
minacciosi
i
bastimenti
delle
‘giubbe
rosse’.
Poi ti
giri e
ti trovi
di
fronte
la
grande
Hancock
Tower,
scintillante
come un
diamante
nero
sotto il
sole
bostoniano.
Via
sull’autostrada,
dopo,
verso
Cambridge,
pittoresca
cittadina
universitaria,
un
suburb
di
Boston,
sede
della
grande,
unica,
nobilissima
Harvard
University.
E ti
trovi
così a
trattenere
il
respiro,
nella
presenza
degli
spiriti
della
cultura
al
livello
più
elevato.
Sarebbe
bello
condividere
le
emozione
e le
gioie
dei
viaggi
con te,
avid
traveler.
Forse.
Comunque
sì, ti
piacerebbe
tanto,
Boston.
(Per
vedere
altre
foto del
mio
viaggio
a
Boston,
visitate
la mia
pagina
su
Facebook.)
21
luglio
2011
“Bancarelle”
nel
giardino
Non si
usano in
Italia
le
Yard
Sales,
ma fanno
davvero
comodo.
Insomma
ti
liberi
di
oggetti
che non
vuoi o
che non
ti
servono
più e ci
guadagni
anche
qualcosina.
Amata
tradizione
americana,
la
Yard
Sale
(chiamata
anche
Garage
Sale
o Tag
Sale)
si fa
spesso,
soprattutto
d’estate
e
d’autunno.
Allora,
tu
cominci
a
raccogliere
dappertutto
cose e
cosette
che
ingombrano
soltanto,
ma che
sono
ancora
in
condizioni
decenti
e, un po’
alla
volta,
con
l’aiuto
(spesso
brontolone)
di tutta
la
famiglia,
porti
tutto
fuori
nel
giardino
davanti
a casa o
vicino
al
garage,
fai
insomma
delle
‘bancarelle’
ordinate
e
attraenti,
sistemandoi
vari
capi con
un tocco
di
creatività
per
attirare
l’attenzione
dei
passanti
e delle
auto.
Noi
abbiamo
messo
dei
tavoli
sull’erba
e li
abbiamo
ricoperti
di
attrezzi
di
cucina –
caffettiere
elettriche,
piatti
da
portata,
pentolini,
tazze e
piattini,
e anche
una
casseruola
nuova di
terracotta
che non
ho mai
usato.
Su un
altro
tavolo,
giocattoli
da
grandi e
da
piccolissimi,
bambole,
seggioloni
e
quintali
di
vestitini
da
dress-up.
Libri di
tutti i
generi,
ma
soprattutto
favole e
racconti
di
Disney,
per i
quali
non
c’era
più
spazio
sugli
scaffali
stracarichi,
sono
stati
collocati
su un’
asse
posata
sopra
due
cassette.
Poi
abbiamo
aperto
due
sdraio e
le ho
coperte
di
magliette,
gonne,
maglioni,
pantaloncini,
jeans,
sciarpe
e
borsette.
Infine
in bella
mostra,
le
scarpe,
carine
ma già
passate
un po’
di moda,
di
misura
37,
incluso
un paio
di
decoltè
rosse,
che
hanno
subito
fatto
fare un
bello
stop
improvviso
alle
macchine
(guidate
da donne,
naturalmente).
Sparite
subito
quelle.
E anche
una
borsetta
di nappa
rossa.
(Da
ricordarsi:
il rosso
attrae e
si vende
velocemente.)
Giornata
splendida,
ma di un
caldo
afoso
d’accidente.
Nonostante
mi fossi
spalmata
con uno
strato
di
sunblock
30,
mi sono
bruciata
per
benino.
(Da
ricordarsi:
la
prossima
volta,
sunblock50
e
abbondante,
poi una
maglietta
meno
scollata).
Però il
cappello
di
paglia
ce
l’avevo,
per cui
non mi
sono
fritta
il
cervello.
Di cui
avevo un
gran
bisogno,
soprattutto
quando
dovevo
contare
i soldi,
che ci
faccio
proprio
schifo (dico
sempre
che la
matematica
non è il
mio
forte…),
allora,
signora,
lei mi
ha dato
dieci
dollari,
questo
costa
3.50,
per cui
il resto,
ecco,
sarebbe…Non
sono
tagliata
per fare
la
commerciante
io,
menomale
che
c’era
mia
figlia
ad
aiutarmi
(nonostante
il suo
imbarazzo
per una
madre
così
imbranata).
Certo,
si vende
tutto
per
pochissimo;
questo è
il charm
della
yard
sale.
Vengono
solo a
comprare
cosette
per
pochi
soldi,
altrimenti
andrebbero
in un
vero
negozio.
Dunque,
due
giornate
(sabato
e
domenica)
di semi-tortura
sotto
quel
sole
bollente,
a
trangugiarmi
litri
d’acqua,
a
parlare
anche un
po’
spagnolo,
dal
momento
che
questi
eventi
attraggono
tanto i
nuovi
emigranti
latino-americani
che
spesso
hanno
ben poco
da
spendere,
ma devo
dire che
non è
andata
male.
Insomma
ho
guadagnato
più di
quanto
mi
aspettassi
(che poi
era
dieci
dollari,
considerando
le altre
due
yard
sale
che
abbiamo
fatto
negli
ultimi
anni,
dove non
avevamo
venduto
quasi
niente).
Domenica
pomeriggio
poi, i
miei
gentilissimi
vicini
mi hanno
portato
un
ombrellone,
per cui
mi sono
potuta
sedere
all’ombra
con un
bel
libro,
cosa che
non
facevo
da un po’.
Verso le
sei,
abbiamo
sgombrato
tutto (e
ce n’è
voluto,
perché
ce n’era
rimasta
di roba…),
caricato
la jeep
e
portato
il resto
alla
Caritas
e che
Dio li
benedica.
Another
day in
the lifein
the
suburbs.
16
luglio
2011
Vorrei
venirci
da
turista
A
Portici.
Bella
cittadina
mediterranea,
con quel
porticciolo
caratteristico,
le
strade
eleganti
coi
negozi
di lusso,
poi
quelle
strette
e
chiassose
del
mercato;
le
palazzine
dai
colori
vivaci
con quei
balconi
traboccanti
di
gerani
rossi e
fucsia.
Il sole
che
batte
sulle
tennis
courts
di terra
rossa,
le
pizzerie
all’aperto
che ti
seducono
con
l’aroma
stuzzicante
di
pomodori
freschi,
basilico
e quella
crosta
meravigliosamente
bruciacchiata.
Vorrei
sentire
quelle
voci
napoletane
e non
capirci
niente;
mi
abbandonerei
solo
alla
magia di
quel
tono
straniero
e
simpatico.
Vorrei
sentirmi
il vento
tra i
capelli
mentre
ammiro
la vista
più
bella
del
mondo,
il golfo
e le
isole e
quel
mare
spumeggiante
e dire
solo
How
gorgeous
perché
tutto
ciò
significa
solo
bellezza
esotica,
vacanze
e relax…
Ma no.
Ogni
angolo
che giro
mi fa
tirare
il fiato.
I
remember.
Quella
villa,
adesso
aristocratica
e
circondata
dalle
palme,
era una
volta
malandata,
con le
mura
grigie e
sgretolate.
Ci
passavo
tutti i
giorni,
al
ritorno
dal
liceo,
spesso
non
sola.
Quei
libri
pesantissimi
legati
con la
cinghia,
che
insistevo
a
portarmi
appresso
(secchiona),
il cuore
sempre
pieno di
qualcosa
che a
volte
faceva
un male
da
morire,
altre mi
lanciava
al volo
sul
soffio
elusivo
della
felicità
più pura
(sì,
quella
che non
dura). È
mia
questa
città,
intimamente
mia e il
suo
richiamo
non è
tenue,
anche a
questa
distanza
affogata
dall’oceano.
Sarebbe
bello
contemplare
una
vetrina
senza
pensare
a quella
volta
che
cercavi
una
camicetta
che
piacesse
a un
altro e
non
vedevi
l’ora di
metterla.
Quando
la
scelta
del
colore
era
l’unico
problema.
Credo
che
preferisse
il verde
(oppure
il blu?).
Vorrei
dare
un’occhiata
a
“Marina”,
con quei
piccoli
elettronici
in
vetrina,
e non
sentire
la voce
spezzata
di
Battisti
che mi
racconta
di una
collina
di
ciliegi;
quell’
LP che
mi
stringevo
al cuore, inebriata
dalla
gioia di
ascoltarlo
presto,
prestissimo.
Over
and over
(and
over)
again.
Vorrei
andare
da
Gallo, e
prendermi
il
gelato
al
pistacchio
e dire
solo
delicious,
chi se
l’aspettava,
non è
mica
tanto
carina
questa
gelateria…Ma
no, è
carina,
eccome.
Eravamo
in tre e
piccoli,
noi, lì
a
gridare
i nostri
ordini
fragola
limone
pistacchio
nocciola
cioccolata
(allora
non
c’erano
ancora
mango
cocco
peanut
butter
kiwi) e
mia
madre
confusa
alla
cassa a
contare
spiccioli,
impaziente
ma
felice…Ma
sì che
ci vengo
a
Portici,
non
potrei
farne a
meno.
In
ottobre
vengo,
amici,
calpesterò
di nuovo
quei
sanpietrini
che mi
distruggono
i tacchi.
Ma non
vorrei
altro
sotto i
miei
passi.
Sogno,
tremo,
voglio e
anelo,
rimpiango
e penso,
ho
bisogno
di
quell’aria
di tempi
andati
ma
ancora
così
profondamente
presenti...Vedrò
chi
vedrò,
chi non
ha paura
del
passato
o del
futuro,
chi
possiede
ancora
le
briciole
di
speranza
che in
fondo
sono
tutto
ciò che
ci
collega
al
desiderio
di
vivere.
Vedrò
chi
capisce
veramente
‘sta
vita,
chi
l’afferra,
ci si
tuffa
dentro
anche se
non è
tanto
bravo a
nuotare,
perché
senza
rischi
tutto è
incolore
e privo
di gusto
(leggi
passione).
Vengo,
Portici,
accoglimi
con le
tue
braccia
calde,
sbattimi
un po’,
va bene,
ti
capisco.
Sia quel
che sia.
12
luglio
2011
Il
mio
libro
è su
iTunes!
Proprio
così!
Il mio
romanzo
"Dreams,
Lies and
a Touch
of
Smoke"
adesso
si trova
su
iTunes,
pronto
ad
essere
scaricato!
Allora,
se siete
in
possesso
di
quella
meraviglia
tecnologica
che è
l'iPad,
oppure
vi
portate
in tasca
l'iPhone,
in
qualche
secondo
potrete
avere il
mio
libro,
una
lettura
perfetta
per
l'estate.
Se
conoscete
bene
l'inglese,
v'invito
a
visitare
questo
link
(poi
fatemi
sapere
che ne
pensate
della
storia,
ci tengo
tanto al
vostro
feedback).
http://itunes.apple.com/us/book/dreams-lies-touch-smoke/id443808469?mt=11
Buona
lettura!
8
luglio
2011
Dreams:
ne
voglio
di meno
A scuola.
Dico il
liceo.
Sto male
perché
non ci
capisco
un
accidente
di
questo
compito
di
matematica
e so già
che mi
beccherò
un
quattro.
Ma sì
che ho
studiato,
fatto è
che non
mi entra
in testa
tanto
‘sta
roba e
insomma
la
detesto.
Mio
padre
non la
prenderà
bene.
Mi sento
accasciare
sul
banco e
mi
tremano
le mani:
riesco a
stento a
tenere
la penna…Mi
sveglio
e il
sospiro
di
sollievo
mi fa
destare
completamente.
Eh, un
altro di
quei
sogni
scolastici
che ti
perseguitano
per
tutta la
vita.
Sempre
lì in
agguato,
pronti a
infiltrarti
l'
inconscio
quando
meno te
l’aspetti.
Anche se
non ci
pensavi
proprio
a quegli
esami
antichi,
all’algebra,
alla
tortura
delle
lezioni
del prof
M…Forse
è un
tipo di
punizione
per
qualche
peccato
arcaico
o
recente,
una
brutta
nottata
alle
prese
con la
mia
materia
sempre
più
odiata
(okay,
aggiungo
anche la
fisica).
Ma poi
ti
svegli e
ti trovi
il più
lontano
possibile
da quei
giorni
di
strazio.
Così il
resto
della
giornata
non
sembra
male,
considerando…Ma
non sono
tutti
così. I
sogni.
Ci sono
anche
quelli
che, al
risveglio,
ti
lasciano
confusa
e con
quel
peso
dentro
che
t’impedisce
quasi di
alzarti
dal
letto.
Li
faccio ancora,
accidenti,
quelli
lì,
quelli
che mi
piaceva
descriverti,
veri e
potenti,
immagini
e
sensazioni
così
reali
che non
potevi
crederci
che non
erano
davvero
avvenuti.
Ma certo
che
faccio
il
possibile
per
bloccarli…Non
penso a
tante
cose che
una
volta
erano
dolci,
ma che
poi
cambiarono
sapore (all’improvviso!)
e
cominciai
ad
evitarle
come la
peste.
Che in
fondo
questo
sono,
non
credi?
Forse
sempre
state,
ma non
ci si
vede
bene
quando
c’hai
quel
velo
ingannevole
davanti
agli
occhi.
Yeah.
Poi
svaniscono
quei
sogni…Slowly,
slowly.
Come
tutti
gli
altri.
Allora
rientri
nella
realtà,
e c’è
fuori il
sole, la
pianta
di
porcellana
fiorisce
gialla e
brillante
(anche
se ti
sei
dimenticata
di
annaffiarla),
il caffè
ha
quell’aroma
tutto
suo che
ti fa
destare
dentro
quella
gioia
energica,
anche se
mica
dura a
lungo…È
poi c’è
lo
shopping,
le
lezioni,
gli
amici, i
figli, i
blog,
quel
nuovo
romanzo
che
esige di
essere
completato
perchè è
ora,
così lo
pubblichi
poi in
autunno,
e ti
piace
tanto,
ci hai
versato
dentro
il
sangue e
l’anima…Busy,
so busy.
Sì mi
tengo
molto
busy,
così
penso
poco, i
sogni
scompaiono
nel
passato
e non
sento
più la
mancanza
di ciò
che non
dovrei
desiderare.
Tanto.
Ignoro
anche
l’orologio,
a
volte.
Lo
guardo
lì sul
comodino,
c’ha
l’ora
sbagliata
ma me ne
frego
perchè
non se
la
merita
poi
tutta
quell’attenzione
e poi,
quando
lo tocco,
mi
brucia
le dita…Lo
spreco,
dici
(con
rabbia,
con
angoscia),
lo
spreco
di un
dono.
Il done
più
bello,
forse.
Passa il
tempo,
sì,
anche
senza
guardare
l’orologio,
veloce e
malvagio,
tic tac,
tic tac…Magari
passasse
il resto.
4 luglio
2011
Il
barbecue
perfetto
Non è
stato
facile
trovare
il
barbecue
perfetto.
Va be’,
perfetto,
insomma,
sarebbe
grandicello,
a gas e
(importantissimo)
a buon
prezzo.
Ho fatto
il giro
dei
negozi
di
home
improvement,
cioe’
quelli
che
vendono
prodotti
che
hanno a
che fare
con la
ristrutturazione
e la
decorazione
della
casa,
soprattutto
il
super-store
che si
chiama
Home
Depot,
un
catena
di
magazzini
che
vende
dalla
pittura
ai
pavimenti
alle
cucine
complete
alle
lampade
per il
soggiorno
ai
tagliaerba
e le
piantine,
e anche
le viti
e le
pile
elettriche.
Ci vado
volentieri
lì, c’è
un aria
di
movimento,
di
costruzione,
di cose
nuove,
di legno
appena
segato (infatti
te lo
tagliano
come
vuoi e
lo
stesso
per le
persiane),
ti viene
la
voglia
di
rifarti
la casa,
che so,
cambiare
il
rubinetto
del
lavandino
di
cucina,
mettercene
uno
molto
trendy,
alto,
elegante
e
architetturale
tipo
Kohler.
Mi fa
venire
in mente
il
nostro
trasferimento
qui da
Eastchester,
dove
abitavo
prima,
una
bellissima
cittadina
a circa
20
minuti
d’auto
dalla
mia
località
presente,
vicinissima
a New
York
City.
Piangevo
tanto in
quei
giorni,
non
volevo
andarmene,
quella
villetta
bianca
col
ciliegio
nel
giardino
e lo
shopping
di lusso
a un
passo…Quindici
anni fa.
Ma
purtroppo
fu
necessario.
Dunque
piangevo…finché
ci
mettevamo
in
macchina,
con in
coda
pure le
bambine
(allora
molto
piccole)
e ci
avviavamo
verso
Home
Depot.
E mi
trasformavo.
La
speranza
mi
rinasceva
dentro,
anche un
pizzico
di
entusiasmo,
mi
sentivo
di nuovo
scorrere
addosso
l’energia
e la
voglia
di
aggiustarmi
la casa,
anche
una
diversa
e in cui
non
volevo
andare
a vivere.
Scegliamo
la
moquette
(“tangerine”),
le
mattonelle
per il
bagno
grande (grigio-rosa),
la
doccia,
i
lavandini,
gli
sportelli
per la
cucina,
e sì, le
pareti
della
cucina
dovevano
essere
pitturate
di
giallo…Comunque,
eccomi
qui a
comprare
il
barbecue,
e ce ne
sono
dozzine,
tra
piccolissimi
da
mettere
sul
tavolo,
a certi
accidenti
giganteschi
e
carissimi
per
quelli
che si
considerano
grandi
chef
del
barbecue
e
tramutano
il
giardino
in una
vera e
propria
cucina
all’aperto
(ho dei
vicini
così).
Poi loro
ci
cucinano
di tutto
su
quella
madre-di-tutti-i-barbecue:
bisteccone,
costolette
di
maiale,
polli e
arrosti
interi,
non solo
semplici
hamburgers
e hot
dogs
come
facciamo
noi.
(Okay,
una
volta ho
fatto
anche la
pizza
sul
barbecue
e venne
una
meraviglia,
ma è
un’altra
storia…).
Io,
veramente,
il
barbecue
non lo
uso mai.
Sì,
preparo
la
carne,
le
marinate,
ecc, ma
metto
tutto su
un
piatto
da
portata…
e mio
marito -
attrezzi
del
mestiere
belli
pronti –
si mette
lì a
curare
il pasto.
Lavoro
da
uomini
in
America,
il
barbecue,
una
tradizione
a cui
noi
donne
siamo
molto
affezionate;
certo,
signori,
fate
pure il
barbecue
oggi,
eccovi
la
carne,
così noi
possiamo
piazzarci
sullo
sdraio
in
giardino,
a
leggere
un po’
mentre
voi
cucinate…Un
day
off,
no? E
loro si
mettono
lì in
piedi,
di
ottimo
umore,
una
bella
Budweiser
gelata
in mano
e girano
la carne
con
attenzione
ed
affetto,
con lo
sfondo
musicale
di Eric
Clapton
on
guitar.
Si
sentono
giustamente
orgogliosi
di un
barbecue
ben
riuscito:
cotti a
perfezione
i
cheeseburgers
oggi,
no? Ma
certo, e
che
sapore
con il
formaggio
Cheddar
sciolto
sopra,
il
ketchup,
un tocco
di
maionese,
una
puntina
di
relish,
una
fetta di
pomodoro
o di
cipolla
se vuoi.
Anzi,
qualsiasi
cosa va
bene
sull’hamburger,
se ti
piace.
Ma i
panini
devono
essere
morbidi,
leggeri
e
capienti.
Un po’
di
Macaroni
Salad
(insalata
di
pasta),
coleslaw,
pannocchie
freschissime,
il
cocomero
di un
rosso
rubino,
birra
super-fredda,
Brownies
con
Vanilla
Ice
Cream
per
dessert,
poi un
bel
tazzone
di caffè
(eh, sì,
qui ci
vuole
quello
americano).
E,
naturalmente,
si
pranza
all’aperto.
Includo
una foto
della
mia (con
i
cheeseburgers),
media,
poco
cara e,
sì,
perfetta.
Celebriamo
allora
il
4th of
July,
dear
friends!
Viva il
barbecue!
26
giugno
2011
Carlo
Cassola
e la
crostata
di
albicocche:
letteratura
italiana
a
Eastchester
Insomma
non mi
era mai
successo
in tutti
questi
anni
negli
States.
Di
condurre
una
discussione
letteraria
completamente
in
italiano.
Ma sì,
ne ho
fatte di
conferenze
nelle
biblioteche
e nei
circoli
privati,
ma
sempre
in
inglese,
con
qualche
colpetto
d’italiano
qua e là,
per far
frizzare
un po’
la
conversazione.
Ma i
colti
membri
dell’
Eastchester
Italian
Club
mi hanno
chiesto
di
parlare
esclusivamente
in
italiano,
dal
momento
che
tutti
erano
prontissimi
ad
esercitarsi
in
questa
lingua
che
conoscevano
benissimo.
Che
gioia
sfogliare
il mio
vecchio
libro (dei
tempi
del
liceo),
La
ragazza
di Bube
di Carlo
Cassola
e
parlarne
tranquillamente
con
delle
persone
che
l’avevano
letto
con
grande
interesse
e
comprensione.
Quante
emozioni
ritrovate
tra le
pagine
di
questo
grande
romanzo,
soprattutto
considerando
il fatto
che io
avevo
pressappoco
la
stessa
età
della
protagonista
quando
lo lessi
la prima
volta,
lì sul
mio
balcone
a
Portici.
La
protagonista
con la
quale
poi
condivido
addirittura
il nome!
Voglio
ringraziare
tutti i
gentilissimi
signori
(e
signore)
che mi
hanno
dato la
felice
possibilità
di
discutere
la
letteratura
italiana
che amo
tanto (e
molti
altri
argomenti)
col loro
gruppo
così
competente
e ben
documentato.
E poi
quel
caffè
che mi
avete
offerto…Carico
e
profumato
proprio
come
quello
di
Napoli,
perfettissimo
con la
crostata
di
marmellata
di
albicocche
che ho
preparato
per
l’occasione.
Allora,
e’stata
un’esperienza
piacevolissima
ed
emozionante
che
spero
tanto di
ripetere
nel
vicino
futuro.
Cari
signori,
tante
cose di
cui
parlare,
vero? E
specialmente
un
grande
grazie
di cuore
al
simpaticissimo
Enzo
Salvo,
per aver
organizzato
questo
scambio
culturale
così
stimolante
ed
informativo.
Non vedo
l’ora di
chiacchierare
di nuovo
con voi
tutti!
18
giugno
2011
Giornate
(e notti)
newyorkesi
Anteprima
del
nuovo
film di
Woody
Allen,
Midnight
in Paris
(Mezzanotte
a Parigi);
festival
municipale
vicino
casa mia;
Union
Square
all’una
di notte:
New
York. È
tutto
questo,
e tanto
di più.
I
contrasti,
la
follia,
la gioia
di
vivere
qui, la
mia
piccola
grandissima
New
York.
In tutti
i sensi.
Ma sì,
abito
nei
suburbs,
nella
Golden
Apple,
nella
contea
di
Westchester,
a un
passo
dalla
capitale
del
mondo.
Ci sono
tanto
abituata,
che a
volte mi
dimentico
che
questo
era il
mio
sogno,
quando
ero
piccola
(e anche
grande)
a
Portici,
dove il
golfo di
Napoli
era il
mio
campus.
Allora,
il
film.
Il
capolavoro
di Woody
Allen,
questo,
credo.
Uscito
in
anteprima
la
settimana
scorsa,
non
ancora
in tutti
i
cinema,
ma certo
qui a
New York
per
primissimo.
Naturalmente.
Perché
New York
è New
York.
Intelligente,
sofisticato,
divertentissimo,
paesaggi
parigini
da
morire,
Owen
Wilson
che
diventa
Woody
Allen,
nei
gesti,
espressioni,
balbettii,
ma in un
modo che
fa
tenerezza
nonostante
il
sarcasmo
appena
velato.
Magnifico,
quest’attore
a cui
non ho
mai
fatto
tanto
caso.
Oh,
viaggiare
nel
tempo a
Parigi,
camminare
per le
strade
di
Montmartre,
accanto
a Ernest
Hemingway
e Scott
Fitzgerald,
e anche
Picasso…Ma
quale
scrittore
non
desidererebbe
ciò? Che
sogno,
questo
film ,
che
nostalgia,
che
voglia
di
soirée
parigine
nel
salotto
di
Gertrude
Stein,
nei
cafè
nebbiosi
per il
fumo
costante.
Sensualità
e
cultura
avvinghiati
in un
abbraccio
elettrico.
Cambiamo
ambiente:
la festa
della
mia
cittadina,
del mio
suburb.
Sabato
freschetto
e
nuvoloso,
ma le
strade
erano
state
chiuse
vicino a
Market
Square,
e tutti
i banchi
dei
venditori
della
zona (e
no)
erano in
mostra,
belli
coperti
di
mercanzie varie,
dalla
bigiotteria
tipo
indiano
(argento
e
turchesi),
a
prendisoli
e
caftani
esotici,
al banco
semplice
della
biblioteca
comunale,
carico
di pile
di libri
per 50
centesimi
l’uno
(ma sì,
che ne
ho
comprato).
Poi i
cibi
internazionali,
Shish
kebab,
Jamaican
meat
patties,
Hot
dogs
e
Corn
Dogs,
Fried
Oreos,
Funnel
Cakes,
Empanadas,
zucchero
filato,
limonata,
cappuccino
e tanto
tanto
ancora.
Poi ti
siedi su
uno
scalino
o una
panchina
e ti
metti a
sentire
il rock
di un
complesso
locale,
mentre
sorseggi
il
sangria.
Oppure
vai più
giù,
vicino
dove
vendono
le
Arepas
e il
Dulce de
leche
e
ascolti
i suoni
acuti di
un
gruppo
ecuadoriano,
con
tanto di
poncho a
strisce
coloratissime
e
cappelli
di
paglia
e,
accidenti,
come mi
fanno
pensare
agli
Inti
Illimani
della
mia
adolescenza…
Sono qui
tutti, i
miei
alunni
che mi
salutano
timidamente,
i piu’
piccoli
perplessi
di
trovarmi
lì (ma
non
abita a
scuola
la
maestra…?),
amici e
vicini,
gli
studenti
liceali
chiassosi,
a cui si
unisce
velocemente
mia
figlia.
Un’aria
serena e
rilassata,
coi
palloncini
rossi e
blu che
svaniscono
tra le
nuvole.
Poi la
sera
arriva,
e che
capita?
Devo
andare a
riprendere
mia
figlia
(la più
grande)
a NYC, a
un
concerto
di
Natasha
Bedingfield,
vicino a
Union
Square;
ma sì,
doveva
tornare
col
treno,
ma la
sua
fermata
(vicino
all’università,
dove ha
lasciato
la
macchina)
non è
parte
del
tragitto
ferroviario
dopo
mezzanotte…insomma
che
faccio,
dice,
no, non
mi sento
di
prendere
la
subway
a
quest’ora
(naturalmente!)…Così
ci
mettiamo
nella
Toyota
verde e
andiamo
a New
York a
mezzanotte,
traffico
leggeruccio
per
fortuna,
anche se
la vita
notturna
frizza
proprio,
e le
code per
entrare
in
discoteca
sono
lunghe e
allegre.
Una
notte
tiepida,
piacevole,
le luci
della
Grande
Mela
brillano,
sexy e
vivaci,
e la
punta
del
Chrysler
Building
scintilla
nel
cielo
notturno.
Certo,
me la
sento
addosso,
lieve,
la mia
New
York, mi
accarezza
con le
sue
promesse
senza
tempo, e
le luci
della
speranza
che, per
più di
un
secolo,
è
cominciata
proprio
su
queste
strade.
Felice
di
esserne
parte. (Mame
manca
Napule…).
5 giugno
2011
Smarrita
a Croton
Avenue:
un
memoir
Smarrita
nei
suburbs
di New
York.
Allora,
c’era
una
volta.
Una
giornata
da sogno:
piena
estate,
caldo ma
non da
morire,
un
sospiro
di
brezza
che mi
agitava
appena i
capelli
(lunghi,
lisci,
castani)
e mi
sollevava
l’orlo
del
prendisole.
Sola.
Completamente.
Non
c’era
nessuno
in giro
quel
pomeriggio
di tanti
anni fa,
mentre
imboccavo
Croton
Avenue,
strada
da me
sconosciuta
e
intrigante.
Ero da
poco
arrivata
a New
York,
reduce
dello
stress
strepitoso
dell’esame
di
maturità
al
classico
di
Portici
(e anche
fragile
dopo la
fine di
una
storia
tempestosa
ma
importante),
e mi ero
proprio
sprofondata
nello
spirito
delle
vacanze.
Il
viaggio
in
America.
Il
famoso
viaggio
a New
York che
mi
rigirò
per
benino
tutto il
resto
della
vita.
Ma chi
lo
sapeva?
Ragazzina
adolescente,
Alice in
Wonderland,
in un
mondo
magico,
popolato
dai
sogni
che mi
ero
creata
per anni,
lì a
casa mia,
affacciata
al
balcone
che dava
sul
Golfo di
Napoli.
E che
noia,
dicevo
sempre.
L’arrivo
al
grande,
movimentatissimo
aeroporto
Kennedy
era
stata
un’emozione
straordinaria;
poi mi
vennero
a
prendere,
gentili
parenti
di
chissà
che
grado,
che non
conoscevo
e capivo
ben poco.
E mi
vidi
sfuggire
New
York, lì,
nella
Chevrolet
marrone,
mentre
ci
allontanavamo
dalla
città,
avanzando
su
uno
di quei
imponenti
ponti a
sospensione
visti
solo in
televisione,
verso la
zona
residenziale…Ma…non
restiamo
a New
York,
vicino
all’Empire
State
Building?
Dicevo o
pensavo,
anch’io
convinta
che
tutti
gli
Americani
abitassero
a breve
distanza
dalla
Statua
della
Libertà
e dalla
Quinta
Strada.
Ma no, i
parenti
abitavano
fuori
città,
in un
viale
alberato
e
diritto,
con
tante
villette
ai lati,
una di
fronte
all’altra,
con
precisione,
ordinate
e munite
di quel
pezzetto
di prato
dall’erba
bassa e
verdissima.
Dei cani
abbaiavano
nei
giardini
del
retro, e
uccelli
e
farfalle
nere e
arancioni
svolazzavano
da nido
a ramo
ad
aiuole
rosa e
gialle.
Surreale
per me,
napoletana,
cresciuta
nel mio
dolce
chiasso
cittadino.
Va un po’
in giro,
mi
dissero,
vedendomi
col muso,
annoiata,
in una
stanza
dalle
pareti
color
cielo,
smaniosa
per il
frastuono
confortevole
della
città,
negozi,
macchine,
folla.
Vestita
(così
vivido
il
ricordo.
Okay,
poi c’ho
pure la
foto) in
un
prendisole
blu
scuro
con un
disegno
astratto,
bello
scollato,
cortissimo,
leggero,
che mi
stava a
meraviglia,
m’infilai
dei bei
tacchi,
borsetta
a
tracolla,
e me ne
uscii.
Su per
Croton
Avenue,
un viale
lì
vicino,
ombreggiato
da
querce e
aceri,
sotto
cui si
adagiavano
tranquille
le
villette
dei miei
film
americani.
Bambini
biondissimi
e scalzi
correvano
nei
giardini,
con
pistole
ad acqua,
ridenti,
spensierati,
liberi.
Hi,
mi
dicevano
e io non
capivo,
perchè
sapevo
che ciao
si dice
hello.
Nuovi
questi
americanismi,
strani…Una
vita fa.
E qui
oggi,
questa
mia
vita, a
pochi
passi da
Croton
Avenue.
Chi
l’avrebbe
mai
immaginato.
Sempre
uguale,
questa
strada
di
Westchester,
alcune
delle
villette
hanno i
muri un
po'
sbiaditi,
altre
sono
state
imbiancate
(o
pitturate
color
carta di
zucchero
e verde
salvia!),
i fiori
sempre
teneramente
curati,
i
bambini
cresciuti,
partiti,
e altri
(bruni)
al posto
loro.
Ma la
calma
pomeridiana
regna
ancora,
anche le
macchine
sembrano
sussurrare,
il
marciapiede
è quasi
tutto
all’ombra
e i cani
fanno
sempre
un pò di
frastuono
quando
passo
vicino
agli
steccati.
American
suburb.
Sì, sono
smarrita.
Ma solo
un po’.
30
maggio
2011
Accidenti,
cerco
sempre
Portici…
Weekend
estivo.
Dalla
pioggia
continua
di
qualche
giorno
fa, che
ricoprì
di
grigiore
e
lacrime
tutto il
paesaggio,
ci siamo
tuffati
all’improvviso
nell’umidità
dell’estate
newyorkese.
Dunque,
me ne
andavo
in giro
a farmi
la
solita
passeggiata
(semi)
atletica
per
tenermi
in
forma…e
finisco
al
centro
della
mia
cittadina
dove
hanno
appena
aperto
il
mercationo
verde,
che
continuerà
fino a
novembre
(ma solo
il
sabato).
Come
sempre,
mi basta
poco per
immergermi
nei
ricordi
della
mia vita
italiana,
e il
profumo
della
frutta
evoca il
mercato
di
Portici.
Ma si
ferma
qui il
paragone.
Questo
mercatino
è
tranquillo,
piccolo,
limitato
a una
piazzetta,
e, dal
momento
che oggi
è il
primo
giorno,
non
tutti i
venditori
sono
arrivati
dalle
campagne
della
zona,
tutte
più a
nord di
Westchester,
a circa
un’ora
d’auto.
Naturalmente,
avevo
con me
la mia
digitale
(raro
che esca
senza
portarmela
appresso)
e ho
fatto un
brevissimo
filmato
tanto
per
farvi
assaggiare
un
pezzetto
della
mia New
York,
della
mia vita
quotidiana.
Ma
soprattutoo
delle
immagini
che mi
fanno
cascare
adosso
quella
valanga
di
ricordi.
Here
it is!
16
maggio
2011
Trattenete
il fiato:
è Mal
dei
Primitives!
Non me
l’aspettavo.
Come
sapete,
ho da
poco
l’abbonamento
a RAI
International,
per cui
mi sono
completamente
immersa
nei
programmi
italiani,
avida
come
sono
della
mia
cultura,
il mio
passato
e la mia
stessa
essenza.
Comunque,
dormicchiavo
sul
divano,
tardissimo,
forse
l’una, e
guardavo
Ciak
si canta,
che
avevo
registrato
col DVR
per
potermelo
veder in
santa
pace.
Mal
e’
irrotto
all’improvviso
sullo
schermo,
credevo
quasi di
sognare!
Okay,
più che
visto,
ne ho
sentito
dire il
nome dal
presentatore
e anche
da Belen
Rodriguez,
e mi
sono
svegliata,
Che?
Cosa?
Mal dei
Primitives?
State
scherzando?!
Ma no,
era
proprio
lì, il
mio
vecchio
idolo,
l’uomo
dei miei
sogni
d’adolescente,
dolce
cantante
inglese
per cui
avevo
una
cotta
mostruosa,
cielo,
quegli
occhi
così
grandi e
blu, il
viso
perfetto
e
pallido,
i
capelli
lunghi (so
dangerous!),
l’accento
esotico…Dunque,
da
ragazzina
tredicenne
che ero,
avevo
attentamente
ritagliato
tutte le
foto di
Mal che
riuscivo
a
trovare
nelle
riviste
gossip
di mia
madre, e
ce n’era
una in
particolare
che mi
faceva
venire i
brividi,
m’infocava
l’anima
e i
sensi,
insomma
mi
riempiva
di
speranza
nella
vana
ricerca
del
principe
azzurro
(lui).
Era un
close-up,
una
pagina
intera
in
bianco e
nero, e
la
tenevo
bella
nascosta
tra le
mie cose,
cercandola
solo
quando
ne
sentivo
il
bisogno.
Certo,
sarebbe
stato
bello
attaccarla
al muro,
poster
d’onore
nella
mia
stanza;
ma no,
sui muri
dovevano
starci
solo i
parati
dal
disegno
settecentesco
e
qualche
quadro
dipinto
da amici
di
famiglia.
Ordine
di mia
madre.
Well.
Ma sì,
ne ero
un po’
innamorata,
e mio
padre un
paio di
volte mi
sorprese
a
stringere
al cuore
quella
pagina.
Beh, non
la prese
bene, ma
chi è
’sto
shifoso
capellone,
sai che
gentaglia,
cattivo
esempio
per le
ragazzine
ecc ecc.
Naturalmente
ci
facevo
poco
caso io,
e la sua
voce
finiva
nella
nebbia
dell’inconscio,
muta e
perduta.
Finché
un
giorno
non
s’arrabbiò
parecchio
(ma sì,
non
ricordo
che feci,
sarà
stata la
solita
roba,
voglio
uscire,
e chi se
ne frega
che si
fa buio…),
corse in
camera
mia e
trovò il
mio
prezioso
poster…E
me lo
strappò
in mille
pezzi
davanti
agli
occhi.
Furia,
rabbia,
disperazione.
La fine
di Mal:
non ci
pensai
mai più.
Ma ecco,
il
passato
mi è
venuto a
stuzzicare,
e lui
sta lì,
alto e
vestito
di nero,
un po’
ingrassato
e i
capelli
sempre
folti ma
grigi.
Ancora
un
bell’uomo,
però (ma
più
tenerezza
e
nostalgia
che
sex
appeal).
Ancora
vivo
(non si
sa mai…).
Babbo,
babbo,
che
paure
intutili,
che
drammi
per
niente,
ma che
cosa
temevi,
che me
ne
scappassi
giovanissima
con un
cantante
inglese?
Beh,
insomma,
quasi…
11
maggio
2011
Il
sapore
della
nostalgia:
Live
su RAI
International
Allora
adesso
che mi
sono
abbonata
a RAI
Italia,
mi
arriva
tutto (o
quasi)
qui a
New
York.
Immaginate
la mia
gioia
quando
ho
trovato
il
nuovissimo
Napoli
Milionaria!
con
Massimo
Ranieri
nella
parte
principale,
insomma
Eduardo.
Ammaliata
subito
dalla
trama
tragica
e
familiare,
mi sono
lasciata
trasportare
da
quelle
voci
napoletane
che mi
scombussolano
sempre
il cuore
quando
le sento,
con
quella
malinconia
che mi
si
gonfia
dentro,
a volte
tanto
forte da
strapparmi
anche le
lacrime
che non
faccio
mai
uscire.
Attenta,
concentrata,
tutti i
pori
della
pelle
pronti
ad
assorbire
questo
pezzetto
di
Napoli
che
penetrava
nel mio
living
room
americano,
ho anche
chiuso
un po’
gli
occhi,
soprattutto
quando
parlava
Errico
Settebellizze,
sarebbe
l’attore
Enzo
Decaro,
con cui
ho una
certa
affinità.
È
l’accento
che mi
aggancia,
napoletano
sì, ma
con quel
tocco
porticese
con cui
sono
cresciuta.
Come già
saprete,
se
seguite
il mio
blog,
l’anno
scorso,
mentre
guardavo
Provaci
ancora
prof
(troverete
questo
brano
nell’Archivio),
ho
saputo,
attraverso
una
persona
con cui
condivido
un po’
di
ancient
history,
che io e
il
signor
Enzo
Decaro
eravamo
nello
stesso
liceo.
E no,
accidenti
che
rabbia!
io non
me lo
ricordo
proprio
‘sto
ragazzo,
che
allora
aveva
pure un
altro
cognome,
ma lo
stesso
non mi
viene in
mente.
Comunque
quel
legame
telepatico
tra
porticesi
c’è lo
stesso e
vedo (cerco)
in lui -
un uomo
maturo,
ordinario
- gli
altri,
quelli
di una
volta,
quelli
che mi
regalarono
la dolce
euforia
di
volare
tra le
stelle,
quando
la vita
era
ancora
profumata
di
voglia e
di
speranza.
Eh sì,
anche
loro
parlavano
così.
Allora
ecco che
mi tuffo
negli
occhi
celesti
dell’attore,
limpidissimi,
eloquenti,
e mi
smarrisco
nel
passato.
Ma non è
di
questo
che
voglio
parlare
(facilmente
perdo
la
strada
io…).
Ma di
Eduardo.
Cioè, di
Massimo
Ranieri,
con quel
volto
scavato
come il
suo,
sulle
spalle
il peso
della
rassegnazione,
quel
tono
spento,
gli
occhi
vuoti.
Bravissimo
nella
parte
del
pater
familias
tormentato,
Ranieri,
certo…ma
quella
fluidità
di
parola,
di
espressione,
che ti
si
avvolge
addosso,
t’incanta,
ti fa
venire
quel
desiderio
ardente
di
abbracciarlo
- padre,
amato
zio -
simbolo
assoluto
degli
uomini
importanti
della
vita,
quelli
che ti
hanno
fatto
sentire
protetta
e sicura,
le loro
braccia
una
tenera
culla…Ecco
questo
manca.
Perché
appartiene
solo al
grande
Eduardo.
Unico,
lui. Ma
guarda,
arriva
quell’aroma
antico -
scuro,
forte,
bollente
- nella
tazzina
nelle
mani
tremanti
della
figlia ‘perduta’,
il fumo
che non
vedi ma
lo senti,
ti
accarezza
le
labbra e
le
palpebre...
‘O
caffè.
Assaggialo
dunque,
lascia
che
compi la
sua
magia,
che ti
guarisca
l’anima
sconvolta.
Poi si
vedrà
che ci
porta
domani.
È
vero, la
speranza
sa’ di
caffè.
Ha da
passà ‘a
nuttata.
3 maggio
2011
Alla
guida
della
jeep
Mi sento
possente.
In
controllo.
Priva di
paure.
No, non
è mia,
ma è la
macchina
nuova (usata)
di mio
marito.
È come
guidare
un
camioncino,
mi
dicono,
non è un
auto,
insomma
una
volta
erano
solo i
soldati
a
portarsela
in giro.
Veramente
anche il
colore è
molto
maschile:
un verde
scuro,
militare,
serio.
Ma salgo
su (sì,
c’è lo
scalinetto,
non
ideale
per la
gonna
attillata),
mi
piazzo
in quel
sedile
di pelle
morbida,
comodo,
alto,
afferro
il
volante
solido
e…mi
sembra
di avere
una
vista
del
mondo un
po’ più
limpida.
Ma sì, è
tutta
un’illusione,
lo so,
ma, beh,
mi fa
bene.
Qualche
anno fa
avevo
una
bellissima
minivan
azzurra,
con
tanto di
quello
spazio
dentro,
sette
posti,
ci si
poteva
camminare
pure…Ma
la jeep
è
diversa.
C’è quel
feeling
stranamente
romantico-avventuroso
che mi
fa
pensare
alle
zone di
tumulto
politico,
o ai
deserti
del Nord
Africa,
vestita
alla
‘safari’,
occhialoni
da sole
e
cappello
(forse
anche
quell’accidente
di
orologio
svizzero
al polso,
sai,
quello
pesantuccio
e dolce-amaro),
su e giù
per le
dune di
sabbia
rosa
dorata,
un
continuo
cambio
di
marcia
(ma
certo,
la mia è
automatica,
siamo in
America
in fondo).
Le ruote
passano
facilmente
sopra i
fossi,
senza
farteli
sentire
addosso
come con
la mia
piccola
Toyota,
padrona
della
strada,
regina
dei
suburbs
(okay,
cerco di
non far
caso al
serbatoio
che mi
si
svuota
davanti
agli
occhi…),
questa
se li
conquista
per
benino,
non ne
ha
timore,
vince
sempre
lei. Mi
viene da
ridere
quando
passo le
macchinine
giocattolo,
come la
SmartCar.
Ma che
carina,
bella
gialla o
lilla,
potrei
appiattirti
in un
istante,
trasformandoti
in una
lastra
liscia,
una
chiazza
di
colore
sull’asfalto.
Svaniresti
eccome,
mia
piccola
SmartCar
grigio
metallico,
confusa,
tremante,
un
niente
davanti
alla
forza
superiore
della
camionetta
militare.
Altro
che
femme
fatale,
sai, c’è
un’autista
esperta
e
motivata
al
volante,
seppure
bionda e
coi
tacchi a
spillo,
ma il
fuoco
dentro
ce l’ha
eccome,
e non
sempre
quello
che ti
aspetti,
quello
che ti
fa
sciogliere
tutto e
provoca certi
sogni
metaforici.
Un fuoco
di furia
avvolge
‘sta
jeep, le
dà una
bella
spinta,
le fa
prendere
il volo.
Attenta
SmartCar,
potrei
facilmente
annientarti.
Ecco,
scendo
adesso,
mi
liscio i
capelli
(il
vento…).
Finita
l’avventura.
Più
dolce,
la mia
Toyota,
mi
accoglie
sempre
con
affetto
(e piú
di rado
esige
benzina).
È ormai
parte di
me. Ma
la Jeep
aspetta,
pronta e
paziente,
forte,
quando
ne ho
bisogno.
Allora,
cave
canem,
tiny
car!
27
aprile
2011
‘Sto
paesaggio
ha da
svanire…
Infatti,
un
paesaggio.
Certo
che lo
ricordo
com’era
allora,
dolce,
vibrante,
il verde
era di
smeraldo,
il blu
uno
zaffiro
liquido
e il
sole
c’era
sempre,
anche
quando
non
c’era,
perché
me lo
sentivo
dentro
con
l’abbaglio
della
gioventù.
La gioia
nel
guardarlo,
ammirarlo,
assorbirmelo,
tuffarmici
dentro,
viverlo,
con la
pelle e
l’anima,
era lo
scopo
delle
mie
giornate.
A volte
non
pensavo
ad altro:
solo
quel
paesaggio
paradisiaco
esisteva.
Lo
sognavo,
me lo
facevo
sognare;
la mia
prima
vista
del
mattino,
il primo
dolce
sobbalzo
al cuore.
Poi
tanti
altri a
seguirlo.
Andarmene
faceva
male.
Ma
dovevo,
non
capite?
Che
scelta
avevo io,
in preda
all
potente
volontà
paterna,
alle
abitudini
estive
che non
potevano
cambiare.
Soffrivo
quando
lasciavo
quel
paesaggio.
No,
sanguinavo.
E solo
il suo
continuo
pensiero
mi
reggeva.
L’avrei
rivisto
tra poco,
in fondo,
coraggio…Un
giorno
però il
viaggio
fu più
lungo (scelta
mia,
repente,
immatura).
Ma gli
anni di
lontananza
me lo
resero
sempre
più
dolce,
anche se
un
po’(appena)
sbiadito.
Lo
cancellavo
con
violenza,
quando
mi
rientrava
nella
mente,
forte
ancora,
anche
struggente,
il
desiderio
mai
appassito,
la
voglia
di
immergermi
acuta…Fu
diverso,
dunque,
il mio
paesaggio,
quando
me lo
ritrovai
di
fronte
all’improvviso.
Trattenevo
il fiato,
non
sapevo
che
sentire,
che
pensare,
sarebbe
stato
diversissimo
stavolta,
cambia
tanto il
mondo,
la
storia,
e anche
i
paesaggi,
con
nuove
aggiunte,
qualche
perdita,
forse
importante…Ma
no, mi
sentii
avvampare
il viso
quando
il mio
sguardo
lo
accarezzò
di nuovo,
ma
cercai
tanto di
controllare
quei
sentimenti
clandestini
e
segreti.
Splendido come
allora,
il mio
paesaggio.
Sì,
mutato,
in
qualche
aspetto,
le
fronde
abbondanti
dei miei
alberi
amati un
po’ più
scarse,
appena
appassite.
Ma non
meno
care.
Forse di
più. Sì,
tanto di
più, e
le
emozioni
celate
resuscitarono,
esuberanti,
eruttate
dal
vulcano
che mi
era
diventato
il cuore.
Cambia
tutto ma
non
cambia
niente.
Riafferrare
quel
passato
con la
rabbia
dello
spreco
degli
anni.
L’ira e
lo
strazio,
l’ingiustizia.
Poi la
possibilità
(concretissima!)
di
dipingerlo
di nuovo,
con
tenerezza
e anche
col
fuoco,
renderlo
ancora
fremente
e
prezioso.
Perché
prezioso
lo era.
Ma forse
ero
l’unica
a
crederlo.
Lentamente,
il
paesaggio
si
ritrasse
nell’oscurità,
sempre
lì,
sotto lo
stesso
sole.
Ma non
ne
assorbiva
più il
calore.
Né la
vita.
Difficire
vederlo,
rassegnato
all’anonimità,
un
panorama
come
tanti,
solo
ogni
tanto lo
colora (brevemente)
una
scintilla
di
euforia
e
bellezza.
Mi fa
angustiare
trovarlo
così,
risoluto
ad
avvolgersi
in quel
manto
insipido.
Che
fare,
dunque?
Bisogna
continuare,
allontanarsi
con
fermezza,
anche
girare
la
pagina.
Ce ne
sono
tanti di
paesaggi
in
questo
nostro
meraviglioso
mondo, e
il
richiamo
mi
ammalia
con
nuova
speranza.
Panorami
abbaglianti,
da
toglierti
il fiato,
lontani
ma anche
vicinissimi,
seducenti
tutti.
Sì sono
diversi,
ma non
meno
dolci.
Certo
meno
amari.
Che
svanisca
pure,
allora,
‘sto
paesaggio
stanco.
I’m
moving
on.
24
aprile
2011
Almeno
c’è la
Pastiera…
Un’altra
Pasqua,
un’altra
primavera
(tanto
per
dire, il
tempo
non è un
granché),
e
naturalmente
un’altra
Pastiera.
Bella,
grandissima,
dorata,
profumata
d’arancio
e
vaniglia,
la
regina
della
Pasqua
partenopea
è stata
di nuovo
creata
nella
mia
cucina
americana.
Ma sì,
certo
che mi
preoccupo
sempre,
tutti
gli anni,
verrà
bene,
riuscirò
a
stendere
la pasta
senza
buchi,
si
gonfierà
troppo
nel
forno,
si
romperanno
dei
pezzetti
della
crosta…?
Ma no,
tutto va
sempre
bene e
l’aroma
della
mia
infanzia
napoletana
inonda
la mia
casa
all’altro
lato del
mondo.
Sarà
densa e
cremosa,
dolce e
aromatica,
perfetta
con una
tazzina
di caffè,
il
giorno
dopo a
colazione.
Mi sono
portata
Napoli a
New
York, e
così
sarà
sempre,
ogni
volta
che
raccolgo
tutti
gli
ingredienti
adatti e
mi
faccio
quei
dolci
del
passato.
Vi offro
dunque
la mia
Pastiera,
cari
amici
italiani,
con
l’augurio
di gioia
e pace e
di
ricordi
emozionanti
che vi
accompagneranno
per
tutta la
vita.
Buona
Pasqua
da New
York!
13
aprile
2011Les
Miserables
Insomma
era solo
uno
spettacolo
musicale
al liceo
di mia
figlia.
Ragazzini,
suoi
compagni
di
scuola
che
interpretavano
un
famoso
musical
del
teatro
inglese
(e poi
americano).
Un
grande
successo
tra le
luci di
Broadway:
Les
Miserables,
la
produzione
musicale
della
grande
opera di
Victor
Hugo, I
miserabili.
Li
conoscevo
da anni,
piccoli,
seconda,
terza
elementare,
alcuni
molto
chiacchieroni
che a
volte mi
facevano
venire
la
voglia
di
strapparmi
i
capelli,
quando
ero
supplente
in
classe
loro.
Il
teatro
del
liceo è
pieno,
ben
illuminato
e i
tanti
genitori
si
salutano
con
cordialità,
che
parte fa
Olivia?
E Noah è
Jean
Valjean?
Davvero,
anche
Caleb
nella
parte
del
locandiere?
Ma sì,
che
bello…Ci
si siede
e si
aspetta
l’apertura
del
sipario,
un altro
spettacolo
scolastico
come
tanti
altri,
bravini,
applaudiamo
calorosamente…Ma
no: già
dalle
prime
note
capisco
che
questo è
diverso;
la voce
dolcissima
(e
potente)
di una
ragazzina
dai
capelli
ricci
che
conosco
da tanto
tempo,
avrà
quindici
anni,
faceva
svogliatamente
gli
esercizi
di
matematica…Ma
vola
adesso,
leggera,
una voce
pura che
ti
scorre
addosso
come una
pioggerella
estiva,
e tu non
sai più
che
pensare
perché
cominci
a
sentire
troppo e
non lo
vuoi,
così,
davanti
a tutta
‘sta
gente…Ma
anche
loro
incantati,
occhi
liquidi…Ti
porta in
alto, ti
fa
dimenticare
che sei
nel
teatro
di un
liceo
provinciale,
circondata
da ex-alunni,
che non
sono più
quei
bambini
chiassosi,
ma
adolescenti
di
grande
talento.
Ti
abbandoni
allora a
quella
trama
triste,
nella
vita
disperata
di
questi
personaggi
che ti
toccano
l’anima,
te la
scuotono
con
musica
struggente
che
sottolinea
i tuoi
veri
sentimenti,
quelli
che celi
anche a
te
stessa
perché
si deve
andare
avanti,
in fondo,
un
giorno
dopo
l’altro,
cercando
di non
provare
con
troppa
intensità.
Ma On
my own,
cantata
dalla
sfortunatissima
Eponine,
mi fa
dissolvere
i sensi,
mi
stringo
le
braccia,
e tengo
gli
occhi
aperti a
tutti i
costi,
non sono
sola, ma
in
verità
lo sono
e vorrei
anch’io
sentire…beh,
ciò che
non
posso.
On my
own,
pretending
he’s
beside
me,
sospira
Eponine,
All
alone, I
walk
with him
till
morning…Yeah,
moving
on. Non
cambia
poi
tanto il
mondo,
vero? E
accolgo
Valjean,
dopo, un
ragazzo
di
sedici
anni, la
voce che
s’innalza,
sottile,
tremula,
mentre
lui, in
ginocchio
davanti
al
ferito
Marius,
prega
che
viva,
Bring
him home,
melodiosa,
ma
forte,
un uomo
vero in
preda a
emozioni
strazianti.
Bravissimo,
Noah,
con quei
capelli
sfumati
di
grigio e
la
divisa
stracciata,
certo
che lo
so, che
quella
musica
spunta
solo dal
cuore
perché
tu
adesso
sei
Jean
Valjean.
In onore
dei
fantastici
attori
del
nostro
liceo,
includo
questo
link a
On my
own
dal cast
originale
di
Les
Miserables.
http://www.youtube.com/watch?v=cuS1cCnG8xc
4 aprile
2011
La
strada è
sempre
sdrucciolevole
Vorrei
avere la
forza di
darmi
pace.
Di
concedermela,
di
abbandonarmi
al
sollievo
di non
sentire
con
tanta
intensità.
Dimenticare.
All’improvviso,
come se
non
fosse
mai
esistito.
Tutto
ciò.
Passato
e
trapassato,
verbi
duri ma
seducenti
che
continuano
a
chiedermi
di
coniugarli.
E io li
sbatto
via con
una
violenza
che non
sapevo
possedessi,
ma mi
riacchiappano
alle
spalle,
in
agguato
sempre,
nascosti
nelle
ombre
fatali
della
nostalgia.
Una
brutta
bestia,
questa,
che
t’infiltra
l’anima,
ti
corrode
i sensi,
ti rende
vulnerabile
nonostante
quella
bella
corazza
d’acciaio
che ti
sei
piantata
addosso
anni fa.
Basta un
soffio
di quel
passato
partenopeo
per
farla
liquefare,
un
ruscello
che poi
diventa
fiume.
E non
riesco a
contenerlo:
possente
e
crudele,
vuole
affogarmi.
No, non
nuoto
bene io.
La
curiosità
mi
invita
spesso
alla
tortura,
perché,
accidenti,
sono
umana,
nonostante
tutto.
Sento
attraverso
la
musica
spesso (forse
troppo)
e seguo
quel
filo di
speranza
con cui
mi
allettano
le note,
o una
voce
intima
che si
adagia
sulla
passione
delle
corde di
una
chitarra,
o i
tasti di
un
pianoforte
accarezzato
da dita
sapienti.
Spasimare
per
l’impossibile.
Che
vorrei
non lo
fosse.
E
potrebbe,
sì,
certo
che
potrebbe,
perché
non ce
lo
dicono
tutti i
grandi
ottimisti
del
mondo,
che
qualsiasi
cosa è
possibile
tramite
una
forte
volontà
e
determinazione?
Ma
rischio
di
perdermi
in una
foresta
intricatissima
da cui
non
potrei
mai più
uscirne.
Senza
calpestare
troppe
vite.
Vale la
pena?
No,
certo
che
no…Ma
continuo
a
desiderare
l’impossibile,
ne sento
il
sapore
sulle
labbra,
il
bruciore
delle
fiamme
di una
passione
mai
spenta.
Ignorata,
sepolta,
ma no,
mai
spenta.
E lei
canta,
Valentina
Stella,
comme
faccio
senza ‘e
te…And
so it
goes.
17 marzo
2011
Viva
l'Italia!
Celebriamo
con
gioia
questo
grande
anniversario,
da
qualsiasi
parte
dell'oceano
ci
troviamo.
Sono
molto
fiera di
essere
italiana,
e quel
mare,
quel
sole,
quelle
voci
amate
saranno
sempre
nel mio
cuore.
Happy
Birthday,
Italy!
Buon
centocinquantenario,
Italia
mia!
15 marzo
2011
No,
non
capisco...
Non
riesco a
pensare
ad altro.
Le
immagini
grigie e
a volte
sfocate
dell’orrore
che ha
aggredito
il
Giappone
mi
perseguitano.
Com' è
possibile
una cosa
del
genere,
o anzi
tre?
Calamità
spaventose
e
imponderabili,
feroci e
crudeli.
Una
giornata
come
un’altra,
un
pomeriggio
così
routine.
Finché
non lo è
più. Si
apre la
terra,
cade il
cielo
ingoiato
dal mare
impazzito;
spuntano
fumo e
fiamme
dall’inferno
in
maschera
che sono
le
centrali
nucleari.
Ti
aggrappi
a un
palo,
tieni
forte la
mano di
tua
figlia
mentre
un vento
apocalittico
ti
schiaffeggia,
sei
forte,
credi,
sfidi la
natura
mostruosa,
non me
la
toglie
nessuno,
giuri…Ma
no,
quella
barriera
di acque
infuriate
te la
strappa,
e le tue
grida
strazianti
non
servono
a niente.
Solo una
di
quelle
storie
di
disperazione,
questa.
Ce ne
sono
migliaia
di altre.
Che cosa
fai
quando
hai
perso
tutto?
La forza
inerente
della
natura
umana,
il
desiderio
innato
di
sopravvivenza.
Dicono.
Quale
sopravvivenza,
se ti
hanno
stracciato
il cuore
dal
petto, e
restano
solo dei
fili
appesi,
fiacchi,
vuoti…?
Guardi
in alto
per un
attimo,
e solo
la
rabbia
s’innalza
verso il
cielo, e
gli
domandi
dove sei
perché
se ci
fossi
questo
non
succederebbe.
La paura,
il vuoto,
l’angoscia.
I
momenti
dilanianti
dell 11' settembre
risuscitano
e non
credi
più a
nulla.
No, non
capisco,
non
accetto.
My
heart is
bleeding
for you,
people
of
Japan.
27
febbraio
2011
Carnevale
e
Mardì
Gras:
respiriamo
la
follia
Non un
granché
il
Carnevale
a New
York.
Anzi
inesistente.
Però c’è
New
Orleans,
nel sud,
laggiù
nella
Lousiana,
con quel
pezzetto
di
Francia
dentro.
Mardì
Gras,
festa
grandiosa
in
questa
città,
una
giornata
che
praticamente
si tira
per una
settimana.
Parate,
baldoria
nelle
strade,
migliaia
di
collanine
colorate
lanciate
alla
folla
dai
carri
maestosi
delle
varie
“houses”di
Carnevale
della
città.
Grande
spettacolo,
dove
ogni
anno si
radunano
turisti
da tutte
le parti
degli
States.
A volte
poi
diventa
proprio
un
baccanale,
coi
ragazzi
universitari
ubriachi
fradici
che ne
fanno di
tutte,
inclusi
spogliarelli
pubblici.
Naturalmente
tutto
illegale
questo,
ma le
forze
dell’ordine
in
questa
occasione
ogni
tanto
chiudono
un
occhio.
Il dolce
più
famoso
del
Mardì
Gras
di New
Orleans
è la
King’s
Cake,
una
grande
torta a
forma di
ciambella,
morbida
e dorata,
farcita
di pasta
di
mandorle,
oppure
di una
crema
vellutata
fatta
col
Philadelphia
e la
vaniglia,
con un
tocco di
cannella.
È
ricoperta
da una
glassa
tricolore,
verde,
gialla e
viola,
per
rappresentare
i colori
di New
Orleans.
Poi
dentro
c’è
nascosto
the
baby,
sarebbe
un
piccolissimo
pupazzetto
di
plastica,
un
neonato,
una
specie
di
portafortuna,
e chi lo
trova è
dichiarato
il re (o
la
regina)
della
giornata.
Tradizioni
antiche,
basate
su
quelle
francesi,
con
qualche
tocco
religioso
e
qualcuno
pagano.
A volte
la
faccio
anch’io,
la
King’s
Cake,
data la
mia
passione
per i
dolci;
oppure i
miei
vicini (provenienti
dalla
Louisiana)
ce ne
regalano
una,
ordinata
proprio
da una
pasticceria
tradizionale
della
zona,
specializzata
nei
dolci
del
Mardì
Gras.
Però
anche
una
bella
ciambella
al
burro,
decorata
con la
glassa
tricolore,
sarebbe
perfetta.
Ma
dovete
nasconderci
dentro
quel
pupazzetto
di
plastica,
the
baby!
Anche se
un
fagiolo
o una
mandorla
vanno
bene lo
stesso.
E
augurissimi
a chi lo
trova!
Comunque
non è
questo
il mio
Carnevale
ideale.
Give
me a
masked
ball,
un gran
ballo in
maschera.
A
Venezia,
per
essere
precisi.
In un
palazzo
del
settecento,
in una
sala
principesca
illuminata
solo da
candele
o
lanterne,
e noi
tutti in
costumi
sgargianti,
volti
coperti
da
mascherine
eleganti
e sexy,
decorate
di piume
e di
pizzo,
completamente
irriconoscibili.
Forse ci
saresti
anche tu.
Cercami,
trovami,
stringimi,
fammi
girare,
prendimi,
offrimi
le
stelle e
la luna,
fammi
volare,
tremare,
e sì,
quei
sogni mi
stuzzicano
ancora;
mi
sveglio
scossa,
turbata,
e
schiaccio
la
voglia
di
parlarne...Poi via, svanisci,
diventa
solo un
miraggio
a cui mi
aggrapperò
quando
ne ho
bisogno.
Sempre
lì,
teneramente
nascosto
nel mio
scrignetto
dei
ricordi.
Well.
Così,
nell’attesa
dell’invito
a un
ballo in
maschera
aristocratico,
mi rimbocco
le
maniche
e
preparo
le
frappe
fritte
modenesi,
come le
faceva
mia
madre
per
Carnevale.
Happy
Mardì
Gras a
tutti!
22
febbraio
2011
Pensieri,
pensieri...
Un po’
di brodo
di pollo
fatto
ieri,
riscaldato
in un
tazzone
arancione
nel
microonde,
senza
pastina
stavolta,
all’americana.
Me lo
stringo
in mano
per
riscaldarmi.
Qui
seduta
davanti
al
computer,
lanciando
sguardi
fuori
alla
finestra,
dove un
lieve
manto di
neve
nuova
copre il
prato.
Sì, poca,
solo un
tantino
per
rompere.
Finirà
mai
quest’accidente
d’inverno?
Stanca,
stanchissima,
questo
il più
lungo
della
mia
vita.
Proprio
un
inverno
cupo da
Dickens,
gelo
dentro e
fuori.
Beh,
quello
interno
ha poco
a che
fare con
l’altro,
e forse
è anche
peggio.
Ma sì,
chiaro.
Penso
sempre;
penso
tanto.
A quello
che
potrebbe
essere,
se
avessimo
il
coraggio
di darci
un bel
calcio,
spazzarle
via,
queste
dannate
inibizioni
che non
ci
permettono
di
vivere
in pieno.
Legami
sociali,
superflui
ma
potenti,
imposti
spesso
da noi
stessi
perché
siamo
figli
deboli (schiavi!)
di
questa
cosiddetta
società
civilizzata.
Quel che
dovrebbe
essere,
per
partecipare
nella
vita
come
protagonisti
invece
di
burattini
con
tutte le
mosse
premeditate.
Sentirmi
libera
di
averti,
senza
rimorsi
né sensi
di colpa,
perché
‘sta
vita è
mia (e
anche
tua) e
dovrei
usarla a
piacere.
Mio.
Buttarmi,
beh, a
volte mi
butto.
Poi
nuoto
per un
po’,
finché
non
reggo
più, mi
arrabbio,
mi
rassegno.
Scrivo.
Non, non
di te,
ma di
me. In
relazione
a te,
forse,
ma non
sempre.
Vado
avanti,
attraverso
altri
mari,
scavalco
i
confini,
continuo
imperterrita.
Lasciando
indietro
quel che
fa
soffrire.
E se mi
torna in
mente,
beh, ci
(ti) dò
un bello
schiaffo,
lo
calpesto
per
benino e
grido
NO.
E forse
lo
raccolgo,
dopo,
quando è
completamente
stracciato,
e lo
stiro
teneramente
con le
dita.
Vorrei
essere
più dura,
io. Ci
provo
tanto,
ma non
mi
riesce
bene.
Ma
continuo
a
tentarci.
Nient’altro
da dire,
e questo
pezzo è
un bel
po’ di
nonsense
rambling…Allora,
so
what?
È il mio
blog e
ci
scrivo
che
cavolo
mi
pare.
Punto e
basta.
13
febbraio
2011
Jazz,
Pop,
Blues e
James
Blunt
Soprattutto
James
Blunt.
La mia
storia
nella
musica.
Certo,
mi
abbandono
alle
note, mi
perdo,
ascolto,
sento,
capisco,
mi
aggrappo
alla
rabbia,
poi la
controllo
perché
non vale
la pena,
tu non
vali la
pena,
anzi
nessuno.
Appassionata
come sono
della
musica
italiana,
adoro
anche le
meravigliose
canzoni
americane
e
inglesi.
Soprattutto
James
Blunt.
Okay,
parliamo
di
parole
spezzacuore,
tristissime,
situazioni
da
lacrime
e voglia
di
finirla.
Insomma
si
tratta
dell’amore.
Che è
sempre
così.
Perché
la parte
dolce,
le
fiamme,
la gioia…beh,
quelle
durano
poco.
Il fuoco
che ti
portò
alle
stelle,
che ti
sciolse
l’anima
e il
cuore,
poi
finisce
col
bruciarti
per
davvero.
The
end.
Allora,
appiattita
sull’asfalto,
coperta
di
polvere,
non te
ne frega
di
niente.
Però,
well,
human
nature,
ti tiri
su,
t’indurisci,
e
ricominci
daccapo.
E
stavolta
sei tu
quella
che
tiene il
manico
del
coltello.
O la
penna.
O
Microsoft
Word.
Così mi
circondo
di
musica,
accetto
i colpi,
e dico,
sì,
Diana
Krall, è
verissimo,
I’m
crazy,
pazza,
matta,
perché
ci tengo
ancora,
nonostante
tutto
http://www.youtube.com/watch?v=-PI_SverY0w
. Questa
fantastica
cover
della
Krall
del
capolavoro
di Patsy
Cline
resta
contemporanea
nonostante
sia
stata
scritta
trenta o
più anni
fa. La
pazzia
che è
l’amore
non
cambia
mai. I
brandelli
sono gli
stessi,
anno
dopo
anno,
secolo
dopo
secolo.
Dolcissime,
ma
strazianti,
poi, le
parole
di A
Fine
Frenzy,
giovanissima
e ancora
troppo
romantica,
ma già
morsa,
già
shiaffeggiata
da
quell’accidente
che
distrugge
tutte
noi
donne:
Almost
lover
http://www.youtube.com/watch?v=EDEEzS7OV2k.
Bellissima
questa
canzone,
vi
consiglio
di
scaricarla.
La
capirete,
credetemi,
la
lingua
non ha
importanza,
la
sofferenza
è la
stessa.
Poi c’è
James
Blunt,
giovane
anche
lui, non
è un
granché,
sarebbe,
non è il
tipo, a
vederlo,
a cui
vorresti
buttarti
addosso.
Poi
comincia
a
cantare.
E cambi
idea. http://www.youtube.com/watch?v=Hxfo61V-U1I
Delicata,
tristissima,
sottile,
spezzata
a volte,
la sua
voce ti
scuote,
ti
accarezza,
ti
rintraccia
quella
parte
del
cuore
che
avevi
seppellita
e te la
risuscita.
E tu
dici no,
non
importa,
sono
forte
adesso,
mi sono
costruita
questa
casetta
d’acciao
inossidabile
e ci
abito
bene.
Poi ne
esci lo
stesso,
e l’odio
si
trasforma
nel suo
contrario.
E ti
butti.
One
more
time.
Avanti,
Diana
Krall e
Willie
Nelson,
ditemelo
ancora,
cosa mai potrei
fare,
ottenere, conquistare,
if I
had you
http://www.youtube.com/watch?v=yZkvPS1VwQU
. Yeah…Il
potere della
musica.
2
febbraio
2011
Giornata
perfetta
per fare
il pane
Allora,
l'inverno
che non
finisce
mai.
Bloccata
in casa:
scuole
chiuse,
ghiaccio
e
nevischio
sulle
strade.
Un
grigiore
da
suicidio.
Tutte le
luci
accese
alle
undici
di
mattina.
Giornata
perfetta
per fare
il pane.
Quello
semplice
e
morbido,
quello
che ti
scalda
il cuore,
mentre
giri e
rigiri
quella
pasta
soffice
e
leggera
tra le
mani.
Il pane
americano,
bianco e
profumato
di
lievito
e di
burro.
Crosta
dorata e
friabile,
aroma da
paradiso.
Che bel
dono per
i miei
vicini!
Dolce
tenerlo
in mano,
così
soffice
e tenero,
dopo
aver
spalato
la neve
dagli
scalini.
Le
piccole
cose
della
vita.
Quelle
che
forse
contano
di più.
Eccovi
la mia
ricetta.
2
febbraio
2011
Nun
cia
faccio
chiù
Con la
neve.
Ecco,
questo è
diventato
davvero
un
inverno
da
incubo.
Nonostante
abbia
trascorso
una vita
in
America,
a New
York,
non ho
mai
visto
quest’abbondanza
di
nevicate.
Una dopo
l’altra,
una (o
due) la
settimana,
una più
schifosa
dell’altra.
Abbiamo
più di
un metro
e mezzo
di neve
ai lati
dei
marciapiedi,
poiché
si
accumula,
si gela,
e ci
resta.
Neanche
tutta
bianca
poi.
Dopo
qualche
giorno
la
candida
purezza
diventa
uno
schifo
di
montagnelle
di neve
sporca e
acquosa.
E
camminarci
su
…Allora,
sono
quasi
due mesi
che non
metto
altro
che
stivaloni
da neve,
bassi e
goffi.
Ma sì,
mi porto
pure il
cambio a
scuola,
ma
sfilarsi
e
infilarsi
le
scarpe,
poi
andare
in giro
sui
pavimenti
bagnaticci
coi
tacchi…non
vale la
pena.
Inoltre
io torno
sempre a
casa a
piedi.
Ma certo
che
tutti mi
danno
della
matta, e
forse lo
sono (voi
che mi
conoscete
bene
sareste
senz’altro
d’accordo),
ma io
insisto
su
questa
mia
fissazione:
fa bene
al
fisico e
mi tiene
attiva.
Altrimenti
che
altro
faccio,
seduta a
scuola,
poi ore
davanti
al
computer…Anyway,
oggi
hanno
eliminato
le
lezioni
pomeridiane,
per cui
la
scuola
ha
chiuso
alle
11,30.
Non
appena
l’arrivo
dell’ultimo
scuolabus
è stato
annunciato
sull’altoparlante,
e questi
adorabili
bambini
ci sono
corsi su,
io ho
cominciato
il rito
dell’inverno
2010-11:
imballarmi
per
benino
di
strati
per
affrontare
il
ritorno
a casa a
piedi
(quasi
tutto di
salita).
Sarebbe,
stivali
impermeabili
e
imbottiti
già a
posto,
m’infilo
un bel
cardigan
pesantino,
tiro su
la
zipper
fino al
mento;
cappotto
di lana
col
cappuccio,
lunghetto
e bello
spesso,
poi una
sciarpa
di
cashmere
al collo,
guanti
di pelle,
e anche
il
copriorecchie
con la
pelliccia.
Avanti,
ridete
pure, ma
vi
assicuro
che
questo
capo è
davvero
un
miracolo,
mi tiene
più
calda di una
cuffia
di lana.
Allora,
un
respiro
profondo,
e mi
avvio.
Il cielo
è
d’acciaio
quando
esco
dalla
scuola,
i
pulmanini
giallo
girasole
sono
grosse
chiazze
sfacciate
in tutto
quel
bianco e
grigio;
tutti
corrono
verso il
posteggio,
in cerca
del
caldo
polveroso
delle
auto.
Io no,
mi
aggiusto
la
tracolla
sulla
spalla,
tiro
fuori la
macchina
fotografica
e mi
avvio
verso la
discesa
dalla
scuola.
Che tra
cinque
minuti
diventa
poi
salita,
fino a
casa.
La
coltre
gelida
bianca
rende il
paesaggio
quasi
futuristico,
o forse
desolato,
solitario,
anche
triste.
Le voci
dei
ragazzi
che
vanno a
piedi (pochi)
sono
amplificate
ma anche
più
dolci,
come se
le
parole
fossero
soffiate
attraverso
delle
nuvole…Le
macchine
mi
scorrono
accanto,
mentre
imbocco
il
marciapiede,
lente,
ed io
spesso
le passo.
“Mara,
do you
want a
ride?”,
mi
chiedono
in tanti,
persone
gentili
(e
perplesse),
vuoi un
passaggio?
Io
sorrido
e scuoto
la testa,
sì, lo
so, sarò
pazza,
ma no
grazie,
miei
cari,
accetto
il
pensiero…Gli
spazzaneve
spostano
la neve
accumulata,
e a
volte mi
schizza
addosso,
e sento
delle
gocce
ghiacciate
che mi
scivolano
giù per
le gambe,
dentro
gli
stivali.
Ma non
importa,
io
continuo
imperterrita,
scatto
fotografie
del
panorama
avvilente,
osservo
le auto
che
sdrucciolano
ogni
tanto,
lasciando
scie
confuse
sulla
strada
coperta
di
nevischio.
Sto
meglio a
piedi,
penso, e
immagino
come ci
starebbe
una di
quelle
comiche
SmartCar
in
questo
ambiente.
Non oso
pensarci!
Ma sì,
sto
molto
meglio a
piedi,
certo,
che in
una di
quelle
scatolette
in
technicolor.
Anche se
avrei
poi la
garanzia,
vero?
Conoscete
il video
del
comico
napoletano
Tony
Tammaro,
‘A
Smart?
Cliccate
qui:
http://www.youtube.com/watch?v=xrcm_af6g9I
Dateci
un’occhiata,
è troppo
forte.
Così,
eccomi
qui, a
casa,
sana e
salva, e
a
scriverci
su.
Another
day in
the
life.
24
gennaio
2011
Quel
gelo
dentro
L’aereo,
il
freddo
di Roma
anche
sotto il
sole,
quei
volti
affranti,
no,
disfatti,
anche se
di
lacrime
non ce
n’erano.
Il
clamore
degli
altoparlanti
che
annunciavano
i voli,
la folla
agitata,
l’inquietudine,
l’ansia,
the
thrill.
Il
coraggio
dell’innocenza
e della
gioventù;
il
timore
della
saggezza,
dell’esperienza.
L’emozione
del
futuro
che mi
brillava
davanti,
ma sì,
certo,
le
allettanti
promesse,
anche se
calpestavo
le ombre
di tutti
gli
altri e
non
m’interessava
se poi
sparivano.
Le mie
montagne/città/laghi/selve,
la mia
terra,
si
rimpicciolivano
velocemente,
come se
fosse lo
sfondo
che
svaniscedi
un
film.
Il mare
diventò
immenso,
se la
divorò,
e
cominciò
a
turbarsi,
da un
azzurro
spensierato
a un blu
cupo,
minaccioso.
Le acque
benigne
del
Mediterraneo
morirono,
rassegnate,
nell’oceano.
Che
neanche
se ne
accorse.
Il 24
gennaio,
anni e
anni fa
(una
vita),
feci
quel
salto
tremendo,
lunghissimo,
Napoli-New
York, ed
arrivai
intatta.
O così
credevo.
Le
ferite
dell’impatto
non si
fecero
sentire
finché
era
troppo
tardi
per
curarle.
E la
terra
nuova mi
aveva
già
ingoiata,
incatenata,
anche se
le
catene
erano
soffici
e
benevole.
Ma il
fiume è
uno
specchio
di
ghiaccio
oggi.
Bello,
troppo
bello,
puro,
calmo,
scintillante,
seducente.
Il velo
gelato
non è
molto
spesso
però.
Si
romperebbe
in un
istante.
19
gennaio
2011 Una
donna
così
Sarebbe
capace
di
abbandonare
la sua
comfort
zone
senza
batter ciglio. Se
solo. Anche
quando
quell’ambiente
è già
diventato
parte
integrante
di lei,
e a
volte ci
si è
aggrappata
forte
per
survival.
Sì,
aprirebbe
le dita
e lo
lascerebbe
scivolare
via,
perché
in fondo
era solo
uno
scudo
contro
le
battaglie
quotidiane.
Ma
adesso
non le
servirebbe
più.
Potrebbe
anche
versare
qualche
lacrima,
lei, ma
le
asciugherebbe
di colpo,
sapendo
che
adesso
non ce
ne
sarebbero
più. E
se pure…beh,
una
donna
così, si
manterrebbe
forte,
forse
qualche
sbalzo,
qualche
colpo di
vento
che la
schiaffeggerebbe
un po’,
ma poi
basta.
Se
solo.
Le
rinunce
sarebbero
tante e
ad alto
livello,
forse
anche la
trama di
una vita
intera,
con
tutti
gli
scalini
che
aveva
imboccato
uno alla
volta, a
volte in
ginocchio,
fino ad
arrivare
lassù da
dove la
vista è
immensa.
Ma
sterile
se si è
soli,
anche se
circondati
da anni
e anni
di
frastuono
umano.
Che è
poi
anche il
suo
frastuono,
ma con
cui non
riesce
più a
identificarsi.
Si
guarda
indietro,
lei,
sente il
pugnale
che le
trafisse
il cuore
e pensa
a tutto
il tempo
che
sanguinò.
Ma
perdonerebbe,
una
donna
così.
Se
solo.
Saprebbe
liquefarsi
in una
fontana
ardente
di
passione
che
offrirebbe
con
l'abbandono
completo
dei
sensi.
Saprebbe
amare
totalmente,
cieca al
passare
del
tempo,
della
bellezza
e della
vitalità.
Il suo
universo
dei
ricordi
sarebbe
smagliante
e in
grado di
riempire
le
lacune
che
occorrerebbero.
Se
solo.
Ma loro
non
sanno,
non
comprendono,
non
intuiscono,
accettano
anche
una
realtà
inaccettabile,
consapevolmente
ottusi,
privi di
sogni.
O forse
rassegnati
a non
sognare
più.
Because
life can
be cruel.
Allora
rimane
soltanto
una
distesa
di
gelida
neve, un
manto
incolore.
Peccato.
Per una
donna
così.
10
gennaio
2011
Brownies,
dolcetti
al
cioccolato
americani
Da
svenire.
No,
davvero.
Questi
fantastici
quadretti
di
cioccolata
sono
unicamente
americani,
un
grande
classico,
bocconcini
prelibati,
ma
semplicissimi
da
fare. A
forma di
torta,
ma non è
una
torta.
Non si
serve
mai in
un pezzo
unico.
Vanno
tagliati
con
attenzione,
perché
l’interno
soffice
e
cremoso
si
attacca
facilmente
al
coltello
quando ci
si
affonda
dentro.
Scuri e
teneri,
carichi
di
cioccolata
amara,
ammorbiditi
dal
velluto
malleabile
dello
zucchero
biondo
di alta
qualità,
arricchiti
dal
burro
fresco
(e
parecchio),
non sono
leggeri
perché
non lo
devono
essere,
e se
siete a
dieta
non
cliccate
la
ricetta.
Ma, sì,
non è
roba da
gustare
tutti i
giorni,
ma
quando
avete
voglia
di un
tantino
di
cioccolata
in una
forma
diversa,
leggermente
esotica,
questa
non-torta,
non-biscotti,
non-cioccolatini,
ma con
caratteristiche
di tutti
e tre,
beh,
allora,
non
troverete
di
meglio.
Anche a
me,
ammetto,
sembrarono
strani
quando,
tanti
anni fa,
nuova in
America,
me li
trovai
davanti
(non
ricordo
dove e
quando)
e non
capivo
ancora
se mi
piacessero
o no.
Una
torta
non
completamente
cotta,
intensamente
cremosa,
pura
essenza
di
cioccolato?
Eh sì,
esattamente.
E questa
è la
magia
dei
Brownies.
Allora,
vi
offro la
mia
ricetta,
basata
su una
creata
da un
grande
pasticcere
italo-americano,
Nick
Malgieri.
Enjoy
it!