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The Summer of the Spanish Writer Mara's newly published novel
 Dreams, Lies and a Touch of Smoke novel
A Short Story: Suddenly, at the Airport

Mara di Sandro De Matteo

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Il mio nuovo romanzo:
The Summer of the Spanish Writer
by Mara di Sandro De Matteo Go to Book 

21 febbraio 2012                                                          Buon Carnevale!

                                                           

Buon Carnevale, amici italiani!  Vi offro le mie Frappe, fresche e croccanti.  Metto il link alla ricetta, ma, beh, è in inglese...Comunque sono sicura che voi le sapete già fare molto bene.  Auguri!

13 febbraio 2012                               Sentirsi un po’ “Like Water for Chocolate” 

È sempre più facile mettersi ai fornelli.  Che scrivere, studiare, preparare lezioni.  E pensare, sì, soprattutto pensare.  Specialmente quando il passato ti si sbatte di fronte di nuovo, vivissimo e tremante, quando meno te l’aspetti.  Parliamo di amicizia.  O ciò che passava per tale.  Allora ero giovanissima e avevo il cuore tutto spalancato.  Credevo, mi fidavo, sognavo.  Ci si appoggia alle amiche, vero? In momenti difficili e no.  Pessima idea.  Non sempre, ma a volte, beh, ‘ste amiche non sono proprio all’altezza di questa nobile parola.  Una ciambella al cioccolato, ecco che preparo.  Bella, casereccia, profumatissima di cacao, altuccia, densa, nera e dolce.  Con dentro pure le gocce di cioccolato.  Salgo sulla scaletta per raggiungere gli sportelli più alti, dove si trovano tutti i miei stampi da dolci, tantissimi, accumulati da più di trent’anni, bellissimi, lucidi, francesi, italiani, americani, tedeschi e anche cinesi.  Ma questo che uso oggi è speciale, me lo regalò mia madre anni fa, quando le chiesi la ricetta della sua ciambella romagnola.  Ma non è questa che faccio oggi, bensì un’altra ricetta, trovata per caso su internet e che ha subito attirato la mia attenzione.  Così mi concentro su questa preparazione anziché ruminare pensieri angosciosi e inutili, ciò che poteva essere ma non è stato grazie alla mia ingenua fiducia in un’amica.   Il messaggio mai riferito, le parole non dette, ma che tenne strette dentro, soffocate da chissà quale emozione che le mangiava l’anima.  Forse non abiterei a New York adesso.  Oppure sì, certo, perché tante cose ti capitano, ti allettano, ti seducono, ti assorbono e ti schiantano.  Ma insomma, se le parole mai udite mi avessero sfiorato l’orecchio, forse (forse) camminerei sulle mie amate vie di Portici oggi, stasera, domani.  Oppure in altra zona, ma certo mai così atrocemente lontana, dove la mia lingua svanisce, assorbita dalla cacofonia di un mondo multi-cultural.  Ecco, sbatto gli albumi a neve spumosa e purissima, poi li aggiungo delicatamente al composto cremoso e nero di cioccolato e tuorli, baciato da una puntina di estratto di vaniglia, arricchito dalle quelle chocolate chips perfette che si trovano solo in America. Verso il miscuglio nello stampo col buco di mia madre, che mi ha sfornato tante meravigliose ciambelle romagnole in questa mia vita newyorkese.  Ma stavolta no, sarà nerissimo questo dolce, il colore della notte che non finisce mai quando pensi e ti fai domande che non avranno mai risposta.  Forse è meglio così.  Le risposte potrebbero essere banali, tipo ma come, certo te lo dissi, losche menzogne travestite da ricordi sospesi nell’oblio.  Che lingua parla la felicità? Tutte, mi dicono.  Io credo nessuna.  Ma può darsi che mi sbagli io - che cavolo ne so di questi concetti profondi che neanche i saggi filosofi sono mai riusciti a decifrare?  Il forno a specchio è caldo e accogliente, e la pasta dolce e soffice nello stampo ci si affida facilmente, desiderosa di lasciarsi abbracciare, di crescere alta e aromatica, un sogno al cioccolato fondente.  Certo, venire a sapere oggi di un evento passatissimo che avrebbe potuto farmi aprire ‘l’altra’ sliding door, è proprio un bel colpo, che istiga della rabbia, no, furia, ma soprattutto tristezza e delusione.  Nell’amicizia.  Esce adesso dal forno, la mia torta magica, e l’aroma confortevole di cacao mi accarezza i sensi.  Questa è la mia realtà, dolce incarnazione della passione nella sua forma più concreta.  Eccovi la ricetta, miei cari (e c'é pure un ingrediente segreto...)

31 gennaio 2012                                              Festa di S. Geminiano a Modena

 

Si celebra S. Geminiano oggi a Modena, il santo patrono di questa bella città del Nord, dove mia madre è nata e cresciuta.  E so bene che, nonostante lei abbia trascorso una vita a Napoli, la sua graziosissima città natale se la portava sempre teneramente nel cuore.  Ne parlava tanto lei, vignette dell’infanzia, le famose tagliatelle, i tortellini fatti con una pasta morbida e ricca d’uova, formati in un modo speciale, segretissimo, guai se l’ho insegnate a degli estranei…E infatti il dolce segreto è ancora gelosamente custodito e un giorno sarà rivelato solo alle mie figlie, tanto per continuare questa preziosa tradizione di famiglia.  Sono anni che non vedo Modena, purtroppo, sai come la vita ti sbatte per benino di qua e di là, e a volte proprio non ce la fai a seguire i tuoi sogni e desideri.   La ricordo con nostalgia, Modena, le belle strade ordinatissime, traffico tranquillo e organizzato (okay, venivo da Napoli…), i negozi eleganti del centro, la libreria sotto i portici dove vidi il libro di poesie di mio padre in vetrina (e ho ancora la foto!), il mercatino dove compravamo quei panini così buoni, unici nella forma e consistenza.  L'illustre Ghirlandina, antica e fiera nel cielo azzurro, le tante biciclette che ti davano una sensazione di zona di vacanza, di calma esuberanza .  E ricordo lei, la mamma, che, l’ultima volta che eravamo state insieme lì (tanti anni fa) disse all’improvviso voglio farmi un giro per le mie strade…sola.  Ci rimasi un po’ male, lo ammetto.  Adesso, a distanza di tanto tempo, capisco: i suoi ricordi - fragili, struggenti, malinconici, vivissimi - erano lì, si quei marciapiedi, sotto quei portici, nei volti di tutti.  Era la sua Portici, Modena, la culla della sua giovinezza, sogni, speranze, gioie innocenti e tenere.  Ti comprendo adesso, mamma.  Davvero.

31 gennaio 2012                                    Festa di S. Ciro a Portici 

È proprio così! Incredibilmente oggi è anche la festa di San Ciro, il santo patrono di Portici.  Certo sapevo di Portici, ovviamente, e ne ho parlato altre volte (guardate l’archivio in inglese - gennaio 2010), ma solo oggi ho saputo che la mia città e quella di mia madre hanno la festa lo stesso giorno.  Che strana, incantevole coincidenza. Viva S. Ciro e S. Geminiano! (Foto scattata da me della chiesa di S. Ciro a Portici).

 

30 gennaio 2012                                                    Video sul  mio nuovo romanzo

24 gennaio 2012                                                        Vorrei tenermelo

Il sogno.  Ogni tanto me lo trovo addosso, dolce, esuberante.  Poi la notte si attenua e tutto svanisce.  Il mattino mi trova malinconica e a chiedermi perchè.  Non doveva essere così.

22 gennaio 2012                                 Dolce neve del passato 

Mica l’avevo mai vista io la neve.  Crescendo a Napoli, insomma, non è qualcosa a cui ci si abitui o ci si pensi tanto.  Ma i miei, beh, loro, di neve ne avevano vista parecchia.  Mia madre proveniente dalle nevicate del nord, ne parlava ogni tanto, Modena col suo manto bianco, e poi a volte anche un accidenti di nebbione che si poteva tagliare col coltello, tanto era spesso.  Mio padre poi, con alle spalle un’infanzia sulle montagne del Molise, dove le nevicate abbondanti erano state sempre parte dei suoi ricordi invernali.  Ma noi tre bambini Di Sandro, niente.  E come la desideravamo, quella dolce, pura, soffice, meravigliosissima neve…Allora, un giorno di gennaio del 1900 eccetera eccetera, che eravamo a Colli per il weekend (cosa che facevamo molto di rado d’inverno, dato il freddo cane), lui decise di portarci a Roccaraso, una cittadina turistica ai piedi dei monti, in Abruzzo, molto carina e pittoresca.  Solo una quarantina di chilometri, diceva, andiamo a farci un bel giro.  Okay, a Roccaraso c’eravamo stati tante volte…ma d’estate.  A quei tempi le previsioni del tempo non erano così dettagliate come oggi (e neanche tanto estese), per cui non avevamo la minima idea che, all’arrivo, avremmo trovato…neve.  Neve, gente, NEVE!  Mai vista, solo sognata, desiderata…Le strade coperte da un velo ghiacciato, sdrucciolevoli sotto le mie scarpine di vernice leggere e aperte.  Dio, che strana sensazione, scivolare un po’, e poi quel freddo aguzzo che penetrava nei piedi, ti bloccava la circolazione…Ma la gioia, beh, la gioia infantile, la più piena e inebriante, quella c’era, eccome.  Ma guarda la fontana con l’acqua spruzzante…congelata in volo!  Ghiaccio limpido e cristallino dappertutto, i brividi (più di felicità che di freddo) sotto quel cappottino sottile, perfetto per l’inverno napoletano, non per quello ‘vero’…Poi dietro lì, (e la vedete nelle foto), la stazione sci, con lo skilift, quella bella seggiovia che ti porta lassù, tra le vette nevose…Andiamo, imploravamo noi bambini, babbo, andiamo suMa che dite, rispondeva, non abbiamo l’equipaggiamento adatto, scarpe di vernice, i calzettoni, via, è impossibile…E mia madre per carità, fa troppo freddo, andiamocene, come faccio a camminare coi tacchiTorneremo, disse il babbo, torneremo, vi mettete i pantaloni pesanti, gli scarponi, delle belle sciarpe di lana…Ma no, mai più tornati d’inverno.  Un momento magico perso nel tempo, un sogno quasi, dolcemente bianco e scintillante sotto il sole di gennaio che brilla ma non scalda.  Quando la neve era romantica e fiabesca, quando volevo perdermi nelle immagini di una cartolina di Natale, con la casetta nel bosco coperto di neve e la slitta fuori la porta, pronta a farti volare.  Allora, eccomi qui, adesso, a New York, a spalare e a sgombrare la mia Toyota seppellita dalla neve, che dovrebbe essere nel garage, ma c’è tanta altra roba lì dentro…Adesso che la neve è solo una grande seccatura, ne vorrei un tantino, di quel sogno infantile, di quella voglia di magia, di quella mancanza di cinismo…Ma insomma, si cresce e basta, ecco.

15 gennaio 2012                        L’estate dello scrittore spagnolo 

Ma no, Cassandra, una madre che vive nel grigiore di un matrimonio disfatto, non s’immaginava mai che, in una giornata qualsiasi, una sconosciuta le avrebbe salvato la vita.  Che poi sarebbe Natalie, un’insegnante già rassegnata al rapporto insipido col fidanzato, che però flirta con il sogno di diventare scrittrice.  Queste due donne non hanno nulla in comune, eccetto un appuntamento dal medico, e proprio lì, il loro fato all'improvviso cambia corso in maniera drammatica.  Eh sì, poi arrivano gli uomini, naturalmente, attraenti e misteriosi e oh così diversi l’un dall’altro: Neil, il musicista sensibile e riservato che evita sempre di parlare di sé stesso; Gabriel, lo scrittore di successo spagnolo, con il suo accento seducente, un temperamento impetuoso e un passato che preferisce non discutere.  Poi le donne, beh, anche loro hanno qualcosina da nascondere (più o meno grave), ben celata e che così dovrebbe restare.  Ma purtroppo, ciò non è sempre possibile.  Così si sviluppano, queste due storie d'amore parallele, dai prati curati delle villette borghesi di Westchester alle sponde spazzate dal vento di Long Island, vive di emozioni, brulicanti di personaggi intriganti, perfidi segretucci, colpi di scena, ma anche arricchite dal legame innegabile dell’amicizia.

Il mio nuovo romanzo!  In forma libro e anche in forma elettronica!  Via Kindle potrete anche scaricarlo sul vosto iPhone o iPad.  Certo, è scritto in inglese, ma se lo capite abbastanza bene, potrete senz'altro leggerlo. E lo vorrei tanto, ci tengo al vostro feedback!

Comprate "The Summer of the Spanish Writer" in forma elettronica con questo link a destra  |o in Forma Libro

6 gennaio 2012                                    Sono io 

L'essenza di New York, certamente.  Il grande, l'unico, il magnifico Empire State Building.  E quaggiù che nascono i sogni, guardando in su.  Ma alcuni svaniscono poi, appena nati.  Bella, esuberante, emozionante questa mia città.  Calda, dolce e intensamente mia.  Ma anche crudele, se ti ritrovi sola nella folla frenetica.  Io vivo New York, la amo, la voglio, la stringo (ma a volte mi sfugge), mi ci immergo dentro, mi tuffo insomma nella sua cara follia, accetto, immagino, assorbo.  Io penso New York, spero in New York, sono New York con tutta me stessa.  Devo, è il mio sostegno, la mia Napoli in America, sul fiume che ho reso il mio golfo.  Vivo tra due sponde, entrambe mie, amatissime, struggentemente diverse ma anche uguali.  Tenera confusione, carezzevoli ricordi in due lingue, vita a cavallo del grande mare.  Ti respiro, New York, ma non tradirmi.

3 gennaio 2012                                                              In arrivo 

Il mio nuovo romanzo.  Gli ultimi dettagli, certi particolari, tecnicalità, a questi mi sto dedicando adesso.  Bella la foto sulla copertina, personale, sì, ma appartenente a tutti.  Perché ognuno di voi può identificarsi con questi miei personaggi, donne ed uomini moderni che vivono tra di noi, solcano le stesse strade, entrano negli stessi negozi.  Beh, se abitate a Westchester, la contea 'dorata' confinante con New York City, appena a nord della Grande Mela, bellissima e verdeggiante zona residenziale.  Oh, quanti segreti e segretucci si nascondono dietro a quei portoni eleganti, nei giardinetti privati, quanti drammi, quanti amori, quanta vita insomma.  In fondo siamo anche noi Cassandra, Natalie, William, Neil, Kevin, Gabriel, Sara, Jonathan, Priscilla...Beh, un po' di pazienza e vivrete anche voi le loro storie.  Il titolo? Come dicevo, pazienza  :))

1 gennaio 2012                                                                                               Crediamoci di nuovo 

Nella dolce speranza dell’anno nuovo.   Ma sì, fingiamo di essere innocenti, ricettivi, evviva la vita, il futuro, le immense gioie della famiglia, il grande amore che ci si avvolge addosso qual tenero manto, che ci toglie il fiato…Sono tutte le apps del nuovo iPad, la tabula rasa futuristica che controlliamo nel modo più assoluto.  Vero, no?  Allora, ecco, scarico questa, felicità: fatto, nulla di cui più preoccuparsi.  Mancanza di colpi da infarto: click, scaricata. Tutto a posto adesso, di sorpresacce non me ne arriveranno più.  Proviamo love.  Niente, accidenti, non disponibile.  Eliminato dalle apps, sovrausato e sovrabusato, sovraparlato e sovrabuttato al vento come fosse una cartina della gomma.  Yeah.  Beh, andiamo avanti anche senza.  Ma le altre apps, spero proprio che non si auto-cancellino, non si sa mai con ‘sta tecnologia…Dunque, amici, in bocca al lupo con tutto, con la vostra scintillante tabula rasa, che le vostre apps siano sempre perfette e che le troviate subito con un piccolo click.  Buon anno, Happy New Year to all!

24 dicembre 2011                                                Natale senza neve 

Evviva! Lo so, lo so, le cartoline tradizionali con le casette nei boschi, le slitte appoggiate alla porta, i bambini belli infagottati in cappottoni pesanti e sciarpette turchine, le guancine rosse, che giocano felici e spensierati sul puro manto candido che copre dolcemente la natura assopita.  Altroché.  Diciamo invece auto seppellite dalla neve, freddo cane, impossibile recarsi fuori a meno che c’hai il four-wheel drive (io no), ore a spalare il ‘soffice manto’ che poi pesa un quintale.  Dunque, un Natale privo di neve mi riempie di gioia e di buona volontà, molto di più delle canzoni natalizie di Bing Crosby e Michael Bublé.  Natale a New York, in giro per le strade scintillanti di luci, vetrine che diventano teatrini, con giostre e marionette, ovunque filodiffusione di dolci melodie natalizie, voci angeliche, folle impazientemente gioiose, anche un bel caffé tall da Starbuck.  Natale commerciale, certo, ma l’energia che genera è esaltante e radiosa. Tutto pronto a casa mia, i dolci in attesa nella sala da pranzo, un’altra corsa frenetica terminata, e li ammiro con soddisfatta felicità.  I miei adorati Struffoli, sempre bellissimi, fonte di ricordi che mi riempiono il cuore per Natale e sempre; la pasta reale, ricca e friabile, quell’antico sapore di mandorle incredibilmente squisito, credo il mio dolce preferito questo.  Poi le centinaia di biscottini caratteristici americani, di tutti i gusti e forme, meravigliosi e allegri, anche loro infusi di tenere memorie create nella mia magnifica terra adottiva.  Auguri, miei cari amici, che questo Natale vi porti tanta serenità, i vostri cari accanto e tutto l’amore che desiderate, caldo e travolgente, quello che vi avvinghia l’anima, l’unica cosa che conta in fondo.  Merry Christmas a voi tutti, con l’affetto malinconico di questa italiana in America.

15 dicembre 2011                                               L'ho finito

"La boutique del mistero".  Da leggere gli ultimi due racconti: Ragazza che precipita, I due autisti.  Dunque la storia si ripete incessantemente.

11 dicembre 2011                          Invece di comprarlo in negozio… 

Andiamo a tagliarlo noi.  Si fa così adesso.  Parlo dell’albero di Natale, il classico Christmas tree americano, altissimo e verissimo.  Infatti ci sono poche persone che si portano a casa un albero artificiale.  Non è la stessa cosa, dicono, le fronde fresche, il profumo di pineta (i migliaia di aghi sulla moquette…), solo così si deve fare per un Natale tradizionale.  Okay, allora, ce ne sono tantissimi di negozi all’aperto, a dicembre, dove i camion pieni zeppi di fogliame vengono dai boschi, a portarti un’enorme selezione di abeti e tali.  Ma per alcuni non basta.  Devono andare a prenderselo loro, l’alberello, lassù nelle colline, nei grandi boschi qui vicino…nelle Christmas Tree Farms.  Perché mica puoi andare nel bosco e cominciare a lavorar d’accetta dove e quando vuoi naturalmente, gli ambientalisti ti farebbero a pezzi (per modo di dire).  Per cui gli agricoltori con un gran senso di affari hanno formato dei campi dove si coltivano alberi il cui unico destino è diventare alberi di Natale, abbattuti diligentemente da clienti che hanno forse sempre desiderato di essere dei taglialegna.  Okay, io no.  Ma ce ne sono tante di persone (tra cui anche donne) che preferiscono procurarsi il grande simbolo di Natale in questa maniera un po’ più faticosa.  Qualche giorno fa, la mia figlia più piccola ha appunto accompagnato la famiglia di una sua cara amica in una tale farm, in cerca del pino perfetto.  Una vera e propria gita di famiglia, con panini, coperte e il portabagagli bello pronto sul tetto del Suv.  Sdraiati a terra (sull’apposita coperta), madre - e poi padre -  sotto le fronde fitte dell’albero scelto con grande cura e, con una sega procuratasi dal garage di casa, si sono messi a recidere il tronco.  Insomma, il tronco è un tronchetto, e dopo una decina di minuti casca e non hai neanche il tempo di gridare Timber! che è già al suolo (o già afferrato da qualcuno - non è poi una sequoia…).  Tutti soddisfatti, poi, lo trascinano dove ci sono le macchine speciali che te lo infilano in una reticella per contenerlo bene quando lo leghi sul portabagagli.  Fatto.  L’alberello ottenuto al modo dei pionieri adesso s’innalza fiero nel salotto, addobbato con dozzine di palline scintillanti e lumini bianchi, profumatissimo di pineta, degno compagno del maestoso caminetto nella loro bella villa a quattro piani.  Well, chiede mia figlia, emozionata, quando andiamo noi a procurarci l’albero così?  Mi tenete presente, voi, lettori fedeli? Io, Miss Centro Commerciale, al freddo nei boschi, con gli scarponi e l’accetta in mano? Comunque il mio albero rigorosamente finto, uscito da uno scatolone di Walmart, coi rami che si montano seguendo il color code, è meraviglioso lo stesso, perfetto accanto al mio (modesto) caminetto di mattoni.  Merry Christmas!

10 dicembre 2011                                          Tic Tac 

Già Natale.  Troppo presto, non ero ancora pronta.  Ancora ferma all’anno scorso quando pensavo mi angustiavo dicevo un altro Natale, mi recintano mi schiacciano queste feste, Pasqua, il 4 luglio, l’estate senza parole da nessuna parte, lunghissima e solitaria, con la mente che poi viaggia da sola anche lì, sai, e mi fa rabbia ma anche una maledetta nostalgia.  Sempre più sottile, quasi invisibile, il filo che unisce le nostre sponde, ma sempre rovente nonostante le cascate di acqua ghiacciata che ci si versa sopra.  La vita che fugge spietata, ladra sfacciata di tante parole non dette.  Sogni e desideri abbandonati all’aridità del deserto che hai creato perchè hai paura di sentire di nuovo.  Gioie e dolcezza che ti sfiorano, ti regalano un attimo di speranza, poi te la strappano via come se non te la meritassi.  Forse no, non la meriti.  Né io né te.  Ma lo spreco, quello schifo di spreco, mi divora l’anima.  La dissipazione di un dono che avrebbe potuto riaccendere la fiamma della vita ormai solo banale e insipida.  E poi l’hai vista accesa, ardente, teneramente violenta.  Ma ti volti, cambi rotta e fingi (fingi!) di parteciparci ancora, alla vita. E il tempo, perfido, implacabile, passa.  Mi guardo l’orologio freddo (no, caldissimo) sul polso e le freccette sembrano girare impazzite.  Tic tac.

 3 dicembre 2011                                Parliamo di autoreggenti: sì, sono belle, però… 

Questo è per voi donne.  Allora, le autoreggenti.  Certo, così leggere e setose, con disegni e ricami intricati, reticelle sottilissime, in una gamma di colori da sogno, ce n’è un paio per ogni occasione.  Poi te le tiri su e ti trovi fra le dita quel pizzo così sexy che ti si adagia delicatamente sulla pelle col nastro autodesivo che le tiene a posto.  Eleganti e femminili, queste calze moderne sono certo più comode delle classiche che si attaccavano con quelle giarrettiere che si notavano sempre sotto una gonna bella attillata.  Oh, ne ho messe tante di quelle calze tradizionali nella mia vita, soprattutto nei miei anni italiani, perché, beh, piacevano.  Le autoreggenti piacciono anche di più.  Ma c’è un problema.  Scendono.  Sì, cascano, si srotolano, scivolano, chiamatelo come volete, ma insomma a un certo punto te le trovi alle caviglie.  Di solito solo una (l’altra un po’ dopo). Sempre quanto meno te l’aspetti e, naturalmente, mai quando sei a casa.  Per esempio nel reparto arredamento di Bloomingdale’s.  Infatti m’è capitato un paio d’anni fa, che ero lì in giro con un’amica che cercava scaffali, credo, neanche mi ricordo.  Quel che ricordo bene è il senso di…rallentamento della stretta intorno alla coscia.  Solo alla sinistra.  Poi, lentissimamente, il calo dell’abbraccio setoso all gamba e la formazione di qualche pieghina al di sopra del ginocchio.  Allora che fai, sei in pubblico…Cambi rotta, ecco: ti avvii, con la mano premuta sulla gonna, verso un divano, una scrivania, anche qualche cesto di plastica, insomma, cerchi un qualcosa che faccia da paravento, mentre ti sollevi la gonna con discrezione (speri) e tiri sodo sull’orlo per far risalire la calza, che poi cascherà di nuovo subito quando esci dal nascondiglio.  Mentre lei poi, l’amica, continuava a ciarlare di etageres e armoires, chissà se quel monoblocco lì sta in tinta col tavolino…Allora non c’era più niente da fare, così sono sparita di nuovo dietro a un mobiletto tv (lei non se ne accorse nemmeno, tanto era presa dall’entusiasmo del design), mi sono sfilata velocemente tutte e due le calze e me le sono buttate in borsa, sperando calorosamente che quel bambino che giocherellava tra le poltrone non se ne fosse accorto.  Era poi anche inverno, per cui le mie gambe improvvisamente nude e pallide, sotto un giaccone pesante, cominciarono ad attirare più sguardi curiosi del display delle lampade avant-garde a forme umane con in testa un paralume.  Poi quell’altra volta in libreria, mentre sfogliavo libri di cucina, tutta tranquilla, e mi sento l’inizio della ‘discesa’ su una gamba, mollo subito il libro, ci provo come al solito a fermarla, e farla ‘riattacare’, se fosse possibile (non lo è), poi mi nascondo tra due tavoli coperti da grandi volumi di photo-books, aspetto che la coda alla cassa diminuisca, mi avvicino al banco, strascicando le gambe, e prego la commessa di darmi un paio di elastici belli larghi!  La soluzione, dunque, di questo noiosissimo problema, pur volendo continuare a indossare le autoaderenti super-sexy di Calzedonia e di Victoria’s Secret? Tenere un collant di scorta in borsa. Sì, vai al sicuro con questo, a posto ci resta.  Meglio se della stessa tinta.  Infatti, ieri ero a Trader Joe’s, un negozio alimentari a Eastchester, con in mano delle bottiglie d’olio di oliva, quando la familiarissima sensazione di rallentamento del nastro adesivo mi mozza il fiato.  Ce risemo.  Ma stavolta mi ero preparata: un bel collant ‘fumo’ (la stessa tinta delle calze), tutto ripiegato in una bustina.  Poso l’olio, mi avvio casualmente (certo, a gambe strette) verso la restroom, dove mi chiudo a chiave, mi permetto di respirare di nuovo, getto le bellissime calze inerti nel cestino, e m’infilo il collant.  Voilà!  Poi di corsa a Lord & Taylor a comprarne un altro paio, grigie e a rete velata stavolta (col collant abbinato, ovvio).  Ma sì, sono così belle…

29 novembre 2011                                                   Torri 

Lo so che eri una principessa.  Forse anche prigioniera in una torre ricoperta di edera e circondata da cancelli a punte aguzze, ma eri lo stesso una principessa.  C’era uno strano senso di sicurezza nell’ombra tenue che foderava le pareti al principio della sera, e benché le catene ci fossero intorno ai polsi, erano pur di seta e non tagliavano.  In fondo era solo dovuto ad amore esageratemente timoroso, quella tua permanenza involontaria nella torre.  Finché tu trovasti la forza e la rabbia di liberarti dai nastri di seta, e scavalcasti il davanzale per tuffarti nella gioia esilarante della libertà.  Che mi afferri, gridavi inebriata, che mi porti via da qui, quel vento straniero che mi sussurra, seducente, le promesse più dolci.  Ma la nuova torre era ancora più alta, sfiorava le nuvole, anzi ci si nascondeva dentro, e non vedevi più nulla.  Le catene nuove luccicavano, ma erano dure e pesanti e ti avrebbero spezzato i polsi se le avessi tirate troppo per avvicinarti allo spiraglio nel muro, tanto per sbirciare il filo dell’orizzonte che speravi ci fosse.  Ma non c’era, non c’era mai.  Allora ti sei rassegnata a non sentire più, perché meglio in preda all’apatia che allo strazio del rimpianto e al peso schiacciante della delusione.  E vaghi, sola, nel castello immenso e cupo, trascinandoti addosso quel fardello dolce amaro dei ricordi che certo (e lo sai) saranno la tua unica salvezza.  Vaghi, dunque, e inciampi a volte, ma ti tiri sempre su.  Da sola.  Ogni tanto raggiungi pure lo spiraglio.  E guardi il fiume che scorre sereno, specchio del cielo e delle rive boscose, impervio al percorso doloroso del tempo.  Poi la nebbia sottile e insistente lo fa scomparire di nuovo.  No, non sei più una principessa.

24 novembre 2011                                                                Ecco la gran festa! 

 

Infatti siamo qui di nuovo a pensare a tacchini ripieni, crostate cremose e lunghe tavolate festive. Beh, la tavolata, io no.  La mia famiglia consiste di poche persone, e tutti i miei cari originali si trovano sempre in Italia.  Siamo in pochi noi, ma la tavola sarà ben imbandita con i piatti tradizionali americani (e no) che tutti si aspettano e non vedono l’ora di assaggiare. Comunque, amici italiani, v’invito a festeggiare anche voi questa bellissima giornata di ringraziamento, con l’offerta delle mie ricette per il tacchino farcito e la crostata di zucca, che ho tradotto in italiano apposta per voi. Via, provateci, non sono difficili, ci vuole solo un po’ di tempo e, naturalmente, grande amore per la cucina.  Ma questo ce l’abbiamo tutti (o quasi), no?  Happy Thanksgiving to all of you!

   13 novembre 2011                     Chili con carne: il fuoco addosso 

Sì, vero, le parole sono spagnole, e questo piatto fiammante viene certo dal south of the border.  Beh, non esattamente, diciamo più dal Texas, dove l’influenza messicana è molto pronunciata, soprattutto nel cibo.  Infatti, il super-famoso Chili è un miscuglio di prodotti americani e spezie messicane, con quell’accento Tex-Mex che rende unica la cucina del sud-ovest degli States.  È un piatto invernale, quando piove e fa quel freddo umido che ti penetra nelle ossa, e tu vorresti avvolgerti in una coperta alle tre del pomeriggio anche se non è poi tanto pratico.  Allora, non piove oggi, fa freschetto, ma il sole c’è ed incendia i colori radiosi delle foglie rosse e arancioni, ma me ne è venuta voglia.  Così mi sono fatta una corsa in un supermercato qui vicino, che vende soprattutto prodotti latino-americani, trovato tutto velocemente, ed eccomi in cucina a tritare cipolle, aglio e peperoni verdi.  Naturalmente non sono sola con le pentole e i miei pensieri eclettici, ma la musica calda e vellutata della bossa nova mi fa compagnia, mi accarezza con quelle note pigre, sensuali e morbide, e quasi sento sul collo il sussurio melodico e lento di Celso Fonseca…Cada um…mentre lavo con delicatezza le foglie di cilantro, esotico e profumatissimo, molto simile al prezzemolo nell’aspetto, ma molto diverso nel sapore.  Il macinato di manzo frigge allegramente in un pochino d’olio, ed io lo tengo d’occhio mentre cerco le varie spezie, il cayenne in polvere, di un color rosso mattone, bello forte, ne userò un paio di cucchiaiate, tanto per dare un bel kick al piatto, ma non tanto da bruciarti gola e esofago.  Poi afferro un vasetto di cumino in polvere e lo aggiungo; un bel pizzico d’origano, sale, purè di pomodoro molto concentrato e poi dell’acqua.  Sarebbe, potrei versarci acqua, ma non mi va, troppo semplice.  Trovo una bottiglietta di birra lager nel frigo e ce la verso dentro, bionda, che si mischia col pomodoro e le spezie, il tutto acquista poi una tinta rosso scuro.  Chiudo gli occhi per un momento, quando la voce inconfondibile del grande Caetano Veloso mi sorprende dolcemente,  Eu sei que vou te amar, e mi scorre addosso, leggera, ma anche febbrile, e mi sento risvegliare la pelle, sensibilissima, e tutta la joie de vivre che non avvertivo da tempo mi risuscita dentro e mi accende l’anima.  Ma sì brucio sempre io, non lo sai?  E spezzetto con le dita le foglioline tenere del cilantro, verdine e fragranti.  Mescolo il mio miscuglio magico, e mi ritrovo a dondolarmi leggermente, i fianchi guidati dalle note esotiche di una samba lenta e anche oziosa, che mi avviluppa il corpo e mi fa ‘sentire’ come non mai.  Il profumo vivace del chili s’innalza nel fumo, mi raggiunge le narici ed io lo assorbo, ed ecco, so che è ora di aggiungerci quel tocco speciale, l’ingrediente segreto che ne cambierà il sapore un tantino da renderlo piacevolmente esotico.  Ne taglio in bel pezzetto, e lo vedo sgretolarsi sul taglierino, una polvere scintillante, scura e dolce-amara profumata di cannella e mandorle.  Si scioglie subito, quando la verso nella pentola, ed io continuo a rigirare il miscuglio denso ma fluido, mentre ascolto quelle parole brasiliane che non conosco ma capisco lo stesso, e forse mi sarà anche possibile machuchar meu coracao…Claro que si…Eccovi la ricetta, mis queridos.

1 novembre 2011                                   La boutique del mistero 

L'ho comprato all'aeroporto di Napoli in ottobre, questo volumetto leggero.  Una raccolta di racconti di Dino Buzzati che non conoscevo.  Allegorici, fantasiosi, moralisti, c'è di tutto, e le pagine ti scivolano tra le dite, le righe scorrono davanti agli occhi veloci e fluide, accarezzandoti con vocaboli sublimi.  Insomma un grande scrittore.  Poi c'era una novella - breve, calma ma intensa - scritta come una lettera, o un biglietto strappato da un quaderno così, e caricato subito, spontaneamente, di parole che ti saltano giù dal cuore e dall'anima prima che tu riesca a ripensarle. E parlava a me, di me, con me, i miei pensieri, anche se non uguali, ma con lo stesso scopo, la stessa tristezza, brama, anima strappata e ricucita male.  Dirti cose che forse non vorresti sentire, probabilmente non capiresti, oppure sì ma meglio fingere di no.  Ma le direi lo stesso.  Struggente questa storia, t'infiltra l'anima e per un po' - qualche minuto - dopo averla letta, ti premi le mani sulle guance, cerchi di non piangere e ti chiedi perché, perché, perché.  S'intitola "Inviti superflui".

28 ottobre 2011                                                        Sogni di sari 

Il sari.  Etereo, lunghissimo, soffice e setoso, risplende turchino e mi avvolge tutta, piega su morbida piega, adagiandosi leggermente sui fianchi, mentre scopre appena il ventre. Finalmente è mio, prezioso dono che rende vive quelle fantasie esotiche che mi gironzolavano per la testa da anni infiniti.  Forse anche dai tempi della media, quando leggevo avidamente i romanzi avventurosi di Emilio Salgari, immaginandomi una principessa indiana dai lunghissimi capelli intrecciati con rubini e smeraldi, sola e malinconica in un palazzo sul lago, in attesa del suo eroe, forse anche il grande e misterioso Sandokan.  Sì, lo desideravo sempre il sari, al punto che poco prima di sposarmi, mentre giravo per le vie di Napoli (salutandola insomma, prima di partire per l’America), mi ritrovai a Via Chiaia, ad ammirare le vetrine eleganti, quando un manichino in un negozio per spose mi mozzò il fiato: indossava un sari, bianco purissimo, di un tessuto un po’ lucido che le scopriva una spalla.  Quasi entrai (lo volevo! lo volevo!), certo avrei potuto mettermelo per il mio matrimonio, che meraviglia, diversissimo, seducente ma anche dolce, semplice, misterioso e intrigante.  Ma no, poi sfiorai appena il vetro e mi allontanai.  Che sciocchezze, sposarmi in sari, tutti mi avrebbero presa per pazza…E in realtà, menomale che finì così, perchè - molti anni dopo - venni a sapere che in India sono solo le vedove che portano il sari bianco! Comunque il mio grande interesse per la cultura indiana mi ha sempre seguita, ed io ho continuato a coltivarlo attraverso la lettura di romanzi di scrittori indiani di grande talento e fantasia, come le meravigliose scrittrici moderne Jhumpa Lahiri and Chitra Banerjee Divakaruni, che sono per me fonte di grande ispirazione letteraria.  Poi ci sono i curry che io adoro (e cucino pure, vedi ricetta per il Pollo al curry), i chappati e i naan belli gonfi e morbidi, panini tradizionali dall’aroma divino, e quei dolci cremosi fatti col riso profumato del Kashmir, il delicatissimo basmati, e aromatizzati dalla mia spezia preferita, il misterioso cardamomo.  Sogni di avventure e amori proibiti, la musica sibilante del sitar, incontri segreti in giardini profumati, sempre avvolta in un sari sgargiante…Ed eccomi qui, nel mio alter ego, felice e emozionata nel mio sari azzurro, regalo di una amica indiana Sudha N., con cui condivido molti interessi (lei è completamente innamorata dell’Italia!), tra cui la letteratura e la cucina.  Un desiderio esaudito, ecco, proprio come nelle fiabe delle mille e una notte.  Allora, cari amici, anche le bionde possono permettersi il sari, no?

27 ottobre 2011                                                      Allora                  

La maleducazione giovanile è molto irritante, ma quella di una persona matura è un obbrobrio e non sarà mai perdonata.

19 ottobre 2011                                                Pensavo          

 

Ho notato questa grande differenza tra l'atteggiamento degli  americani verso la vita e quello degli italiani: se insoddisfatti della loro sorte, gli americani spesso ce la mettono tutta per cambiarla; gli italiani invece si rassegnano a vivere una vita di rimpianti. Che peccato, signori italiani, che gran peccato ...

18 ottobre 2011                                               Caffè milanese 

Scalo a Milano il 4 ottobre.  Era da un po’ che non ero all’aeroporto Malpensa.  Allora, pensavo, due ore a far niente, in attesa del volo per Napoli, girovagando per le boutique tipo Prada e Gucci, a fremere dal desiderio di far mia qualche bella borsa di pelle morbidissima che non potrei mai permettermi.  Dalle vetrate entra una bella giornata limpida e la silhouette maestosa delle Alpi sullo sfondo m’ispira.  A ricordare, a cercare, a sentire.  Anche quello che fa male, perché c’è poi quel profumo indelebile di dolcezza, struggente e sanguinante, vero, ma comunque mio.  Un bar qualunque, lì a Malpensa, un tavolino all’aperto che sarebbe poi l’interno dell’aeroporto.  Seduta di fronte ai miei ricordi, sorseggio il caffè che è buono, sì, molto più di quanto mi aspettassi.  O sperassi.  Caffè milanese, amaro ma dolcissimo, mi scalda le dita e l’anima, mentre accarezzo lentamente la tazzina svasata, poi ci lascio qualche traccia di rossetto, la mia impronta che presto sparirà via come quell’ora e mezza che credevo di aver sognato, ma no.  Tornano i fantasmi, quando meno te l’aspetti, e anche quando li intravedi attraverso quel fumo aromatico, ci credi appena perché certe cose non succedono, ecco, mai.  Miracoli, non ci spero io, solo un’illusione della mente che non riesce mai a trovare pace.  Allungo la mano e tocco il tavolino: tremo.  Sì, mi capisce, Milano.  Sono in Italia, certo, di nuovo, e la sento mia e la voglio.  Tanto, troppo.  Impacciata, alla luce di quei ricordi, quasi visti attraverso un velo che non riesco a spostare.  O forse ho paura di provarci.  Anni, una vita, forse anche di più, ma non cambia niente.  Accidenti, non cambia niente.  Quel feeling, vecchio, anzi antico, mi scivola addosso, turbante, ed io mi guardo in giro, parlo un po’ di tutto perché non so dove dirigermi…Emozioni nude, che devo trattenere perché, beh, perché.  Sì, sentire, sento, e ho voglia di fermarmi, dire basta, ricomincio.  Mi stringo i fantasmi…ma si dissolvono nel nulla.  Forse non stringevo forte.  Ma potevo?  Buono il caffè, caldo, scuro come il pozzo dove è caduto il passato, e lo vedo a stento.  Ma lo vorrei, sì, prendermelo in mano ed adagiarci su la guancia.  Confortami, fammi resuscitare, caffè milanese.  Passa, crudele, il tempo.  Di più, sempre di più.  Vorrei tanto aggrapparmi a quel filo sfuggente…

 1 ottobre 2011                                                            Più che mai 

Strano, ma non capisco perché stavolta mi sento così emozionata.  Il viaggio in Italia tra un paio di giorni, beh, me lo sento addosso, dolce peso strepitoso, che mi sbatte da tutte le parti, un roller-coaster di sentimenti, un tuffo nell’ignoto e senza salvagente…Chissà cos’è, forse il tempo che passa inesorabile, la speranza (e la paura) del futuro, questo feeling di trovarsi sospesi tra due mondi che a volte sono irreconciliabili.  La gioia indescrivibile di vedere i miei cari, immergermi di nuovo nella vita com’era allora, ma diversa, chiaro, anche se ha lo stesso sapore di mare.  Per poi ripartire, chiudere, non pensare, o almeno cercare di non farlo, perché è struggente quel dolore, quando ti strappano via da dove hai lasciato te stessa com’eri da innocente.  Accidenti alla distanza, anche oggi con tanto di velocissimi aerei, prenotazioni elettroniche, a solo qualche click dalla meta…Le maledette complicazioni della vita che ci impediscono di esporci, di lanciarci, aprirci, “provare” completamente, senza timore, rimorso, privi della rabbia che ci corrode perché siamo così impotenti anche se dovremmo, in fondo, essere liberi.  Un’illusione, la libertà, che ci sfugge di continuo perché in realtà non esiste per nessuno.  Mi sento leggera, volo, spero, sogno…ma si esaudirà questa voglia (esultante!), o mi troverò un’altra volta in un aeroporto freddo, chiassoso, falso amico scintillante e impersonale?  Uno dei tanti dove ho fatto tappa.  Vale la pena flirtare col passato, o ti bruci solo, e poi…e poi.  Continua, la vita, finché continua.  Vulnerabile, fragile, pronta (credo) ad affrontare il mio vecchio mondo.  Spero che non mi strapazzi  troppo.  Sono forte io, lo dico sempre, ma non poi tanto, sempre una donna, sempre impressionabile anche se lo nego con veemenza.  Prendimi, Italia, raccontami le tue storie di allora, cullami, confortami, ma attenta a quando mi riscagli nell’oceano.  Forse non ce la farò a stare a galla stavolta.  Anche se ci provo, ci provo sempre.  Più che mai mi sgomenta, questo viaggio, sì, più che mai mi emoziona…Attenta, Italia, non lacerarmi l’anima.  Mi ascolti?

26 settembre 2011                          Come sarebbe vivere al di fuori della scuola? 

Una vita senza scuola.  Okay, voglio dire, dopo aver vissuto la tua bella vita scolastica come certo devi, altrimenti che cavolo ne fai del futuro.  Insomma, come sarebbe, mi domando, un’esistenza che non cominci a settembre e finisca a giugno?  Allora, ovviamente avrete capito, dico come sarebbe vivere al di fuori della scuola?  Anni, decenni, di avventure scolastiche, belle o spiacevoli, dolci (tante!), amare e anche deprimenti.  Figlia di una docente e un dirigente di scuola, sono cresciuta tra i banchi e i libri, l’odore di matita e gesso sempre presenti, forse anche un  po’ la mia comfort zone, vero, ma lo stesso un perimetro stretto e rigido.  Poi, quando hai finalmente terminato i tuoi anni in aula, arrivano i figli e si ricomincia daccapo.  Lunch boxes, pagelle, quaderni, pastelli, poi proms, graduations, e ampi, emozionanti, college campuses e super-cari libri d’istruzione.  Poi, poi, poi…se ci lavori pure nella scuola, giorno dopo giorno, l’orario, la sveglia, gli alunni che diventano tutti uguali anche quando sono diversissimi, perché le storie sono poi le stesse, che siano in italiano, inglese o spagnolo.  Yeah, come sarebbe per esempio trovarsi ad agosto e pensare a settembre come al mese prossimo, non quello quando (accidenti!) ricomincia la scuola.  Un mese, diciamo, quando potrei farmi un viaggetto a Londra, oppure a Parigi, o anche a Los Angeles, tanto non c’entra il periodo dell’anno, tutti i mesi sono buoni se noi sei limitato dalla scuola. E tu capisci, vero, viaggiatore imperterrito? Ma sì, lo so, che abbiamo tutti i nostri obblighi, ben al di fuori della scuola.  A meno che sei uno dei pochi al mondo super-fortunati, che hanno il piacere e la gioia di lavorare freelance.  Dunque, vado in Francia a settembre, direi, c’è questo capitolo del mio romanzo che si svolge nel terzo arrondissement e voglio scrivere sul luogo…Sogni, sogni, sogni.  Ma la smetto qui: devo preparare le mie cose per la scuola. (E poi, beh, chissà, forse mi mancherebbe…).

15 settembre 2011                                      Portici: ritorno al dolce-amaro 

All’inizio di ottobre mi faccio la corsa.  La solita annuale.  Sarebbe: torno a casa.  A Portici, the one and only.  Pochi giorni purtroppo, una decina, che voleranno via come gli anni che ho trascorso senza venirci.  Ma lasciamo il passato al suo posto nell’ombra; si guarda avanti, per costruire altre storie.  E ne voglio costruire di storie io, con quello sfondo malinconico che mi accoglie ogni anno, quando mi sprofondo di nuovo nel mio natural habitat.  Sarete lì, lo so, mie care strade e traverse, diverse, ma lo stesso non cambiate.  Perchè c’è quel feeling su ciascuna di voi - che sia un odore, un suono o solo la voce dei miei ricordi - che vi rende uniche al mondo.  Che mi offri, Portici, stavolta? Di che mi fai venir voglia? Di rincorrere sogni mai esauditi, o appena assaggiati, diciamo un morso, un sorso, di quel desiderio profondo, insaziabile, di prendirmi tutto, viverlo alla grande, e poi gridare al mondo che no, non ne ho di rimpianti, neanche uno…Magari. Ma perché restiamo così maledettamente incastrati in questo triste, grigio (pesantissimo!) conformismo che deride la libertà delle emozioni, quella che una volta regnava possente nel nostro animo?  Non siamo poi tanto cambiati in fondo, solo qualche strato di più di diffidenza, cinicismo, esagerata cautela e  - peggio di tutto – una tragica rassegnazione. Ma io no! Mai rassegnata, mai distesa a terra a farmi calpestare dagli eventi che dovrebbero essere inevitabili, chi riesce a combatterli, è la vita, e tutte ‘ste schifezze che si dicono quando si accettano le catene della vigliaccheria.  Ma spezzale, le catene! Sei più forte tu (e anche tu che distogli gli occhi dalla felicità quando te la trovi in faccia), lanciati nel delirio gioioso della vita vissuta in pieno, al massimo, dono stupendo e fuggente.  Accoglimi, Portici, tra le tue braccia antiche, fammi una sorpresa…Eccomi a te, esule, figlia prodiga, cittadina del mondo emotivo, risoluta a tuffarmi di nuovo.  Anche se nuoto male.  Mi prendi?

11 settembre 2011                            Dieci anni fa: ma vedo ancora il fumo nero                  

Certo che continuano a trafiggermi il cuore quelle immagini atroci, la distruzione delle torri, l’inferno degli aerei in fiamme, la morte inattesa e feroce.  Anche dopo un decennio.  La più agghiacciante strage d’innocenti – i nostri vicini, i nostri amici, ma sì la conoscevo…ma come è possibile, l’ho salutato stamattina…non sapevo che ci fosse pure la bambina sull’aereo…Vi sento, sapete? Le vostre voci sono ancora forti e vive, il battito delle vostre nuove ali mi circonda, ci circonda, il vostro eroismo ci ispira a diventare ancora più forti.  Sempre con noi sarete, voi angeli nuovi, eroi schiacciati dalla malvagità dell’odio più assoluto, ma sereni adesso, a vegliare sui vostri cari.  Non sarete mai, mai, mai dimenticati!  La nostra bandiera sventola sempre là in alto, stupenda e fiera, e il vostro sangue la rende ancora più possente.  God Bless America!

7 settembre 2011              Via della Solitudine

La imbocchiamo tutti.  Esiste in ogni città, paese e continente.  Avrà altri nomi ufficiali, ma il significato non cambia.  La mia si chiama Croton Avenue.  Ci vado spesso lì, è una strada lunga, ombreggiata da querce e pioppi che bucano il cielo con le loro cime verdi e frondose; ci sono le villette, coi giardini amorevolmente curati, da tutti e due i lati, e le macchine passano, veloci a volte, con gli autisti immersi nei loro pensieri e mancati sogni.  Perché di questi ultimi ne abbiamo tutti.  Il progresso della vita -  normale, previsto, d’accetarsi.  D’accettarsi?  Non saprei, o forse sì che saprei, perché la rassegnazione non fa parte del mio spirito.  Ma sì, my friends, ci passeggiamo tutti, sulla via della solitudine, anche se a volte ne neghiamo l’esistenza.  Non si avverte quando siamo circondati dal furore della vita, ci diciamo, soprattutto noi donne.  Chi ce l’ha il tempo di soffermarsi un attimo a scavarsi dentro (che poi fa male) e di rendersi conto del vuoto assoluto che ci regna?  Ma non hai bisogno di scavare, te lo senti addosso quel peso infame e cerchi con furia di liberartene - con lo scrivere, con la sublimità della musica, coi viaggi in posti distanti dove credi che non riesca a rintracciarti.  Ma ti trova lo stesso.  Può essere un’amica, però, la solitudine, forse la più cara.  Ti si adagia addosso e, un po’alla volta, quel fardello si allegerisce e ti porge un’offerta di pace: l’ispirazione più acuta che poi esplode esuberante e riempie le pagine che credevi sterili.  Anche voi, signori uomini, ne siete preda.  Sì, anche voi, coi vostri sentimenti prudenti, che siate medici, padri e falegnami, avvocati e nonni, innamorati, cinici, disillusi o semplicemente troppo “impegnati”.  Forse Via Condotti  è la vostra via della solitudine, oppure la Quinta Strada,Via Libertà o Via Poli.  E ogni passo, su questa strada, vi sussurra di ciò che fu e di come si è dileguato prima che abbiate avuto il corraggio di capirlo o godervelo. Continuiamo, dunque, intrepidi e incoscienti, su questo percorso, o cerchiamo di rifarla un po’ indietro, la strada, per recuperare anche solo un’ombra, un soffio, di quel sogno interrotto?

29 agosto 2011                                          Allora, Part 2: di nuovo limpido il cielo

Passata, la madre di tutti gli uragani.  Meno peggio di quanto ci aspettassimo.  Anzi, nonostante ci siano stati tanti allagamenti, alberi abbattuti e perdita di corrente in molte zone, ce la siamo cavata abbastanza bene.  Insomma, nella mia piccola parte di Westchester, ben poco è successo.  Mai persa la luce a casa mia, gli alberi nel giardino tutti al loro posto.  Eh, sì, come avevamo previsto, il seminterrato s’ è preso un bel po’ d’acqua, ma avevamo installato una specie di pompa automatica, una sump pump (non so proprio come si traduce in italiano) che s’è succhiata l’acqua a poco a poco che entrava, per cui siamo rimasti solo col pavimento bagnato.  Una sciocchezza dunque.  Domenica ce ne siamo andati in giro per la mia cittadina, fino all sponda del fiume, vicino al piccolo molo dove c’era ormeggiato il traghetto dei pendolari (vuoto e un po’ spettrale).  Il fiume era agitato, grigio, schiumoso, aggressivo.  Il cielo, dello stesso colore.  Che ventaccio tirava, non ci vedevo più con tutti i capelli in faccia…La forza paurosa della natura.  Incontrollabile e maestosa.  Oggi splende il sole, il cielo è quasi il colore dei puffi, e la vita riprende come prima.  Ho fatto un bel dolce per celebrare, una torta alla panna con un tocco di marmellata di albicocche: meravigliosa, vellutata, sapore da sogno.  Ma il sapore della vita è ancora più dolce.  Life is good.

26 agosto 2011                  In attesa del diluvio universale? L'arrivo di Irene 

Vorrei non doverci pensare a queste cose.  Ai disastri naturali.  Dunque, abito in una zona degli States che è sempre stata tranquilla per quanto riguarda queste catastrofi.  Certo ci sono le nevicate invernali, che anche se infrequenti, a volte ci bloccano per benino per un paio di giorni: si chiudono le scuole, gli uffici, ecc, ecc.  Una grande seccatura, ma poi passa e ci rimane solo un po’ di mal di schiena per aver spalato quelle montagnelle di neve.  Però ci sono poi gli uragani.  La stagione comincia a giugno e finisce a novembre.  Di solito non ci danno fastidio qui a New York: è la povera Florida che si prende le grandi mazzate, con distruzione e spesso anche parecchie vittime.  Certo, anche le Carolinas ne prendono di botte, soprattutto le isole vicino all costa, e la famosa Jersey Shore ne ha passate di brutte anche lei, con grandi danni al litorale.  Ma a Westchester, la mia contea appena a nord di New York City, non arrivano mai in pieno questi uragani, anche se siamo sommersi da forti piogge, tipo monsoni.  Ma questa, questa, pare che ce ne farà passare un po’.  “Irene”, quest’uragano mostruoso, questa madre di tutti gli uragani, è in agguato, armato di raffiche di vento spaventose, piogge da diluvio, e la possibiltà molto reale di tanti alberi abbattuti, vetri rotti e allagamenti di strade, autostrade e anche seminterrati.  Sì, questo mi è successo tre, quattro volte, tutto il basement bell’ allagato con una ventina di cm. d’acqua.  E noi con gli stivali di gomma a tirarla su con una specie di aspirapolvere che risucchia l’acqua, che non ho la minima idea come si chiami in italiano.  Eccomi qui ,allora, prontissima ad affrontare questa ‘tempesta infernale’ di cui i media amano tanto parlare in continuazione.  Ho tante bottiglie d’acqua messe da parte, un piccolo bottino di batterie tipo D, qualche pila tascabile, cibo in scatolette, frutta, un paio di torte casalinghe (una di zucchine e cannella, l'altra al cioccolato)…e qualche bottiglia di vino.  Ma sì che ce la caveremo, via…Vi farò poi sapere lunedì com’è andata, la resistenza contro Irene.  Fine di Part One.

16 agosto 2011                                               Un’altra fine, un altro inizio                     

Infatti è finito.  Bello scrivere The End in fondo al foglio, in grande, forse la parte che ti da più soddisfazione.  Okay, amici, ho finito di scrivere un altro romanzo, dopo qualche anno a comporre, cancellare, cambiare, non guardarlo più, maledirlo, maledirmi, rileggere e poi, alla fine, innamorarmene.  Sono tutti vivissimi i miei personaggi, ansiosi di raccontare la loro storia, anche se ne hanno passate, poveretti, ma insomma la vita non è facile e questo lo sappiamo tutti.  Cassandra si trova in un vicolo cieco e, nonstante si giri di continuo (e si aggrappi con disperazione a ogni piccola speranza), continua a sbattere contro il muro là in fondo.  Poi arriva il pianista biondino che somiglia un po’ a Johnny Depp, e il muro comincia a scostarsi, magicamente, lentamente…Ma si aprirà del tutto?  Natalie si accinge, per l’ennesima volta, a scrivere quel libro di cui parla da anni, ma, accidenti, che diavolo succede quando poi si mette lì davanti al computer? Insomma le si blocca il cervello.  Anche dopo che ne parla con lui, sì con quel tizio che andava in giro per la spiaggia, quello con lo sguardo penetrante, il braccialetto di cuoio alla caviglia, l’accento seducente e misterioso…Poi c’è quel maniaco di William, l’avvocato alcolista e geloso, convinto di essere un ‘grande’, anche quando il pavimento gli crolla sotto i piedi.  Un filo, lieve, di paura e suspense scorre nella trama, e la passione più profonda infiamma i personaggi, sia sulle spiaggie di Long Island che nei giardini tranquilli di Westchester.  Piccoli grandi segreti, celati appena, sempre in agguato, che appartengono a tutti.  E che dovrebbero restare nascosti.  Finché non lo sono più.  Dunque, lettori italiani, questo mio romanzo è scritto in inglese, ma so che molti di voi sono bravissimi in questa lingua e potranno senz’altro leggerlo.  Tradurlo in italiano, mi chiedete? Verissimo, mi piacerebbe.  Ma il tempo, con le tante esigenze della vita quotidiana, oltre a tutte le altre storie che mi girano per la testa (così sfuggevoli!), bisognosissime di essere trasferite sul computer, beh, il tempo proprio non ce l’ho.  Certo, se c’è qualche editore in Italia (voi della Mondadori mi sentite?) a cui farebbe piacere tradurre questo romanzo (o l’altro, Dreams, Lies and a Touch of Smoke), ne sarei ben felice.  Vorrei tanto offrire queste mie storie dei suburbs americani ai lettori del mio paese natale.  Allora, il titolo non sono pronta a rivelarlo.  Me lo tengo ancora un po’ dentro, tutto mio.  Questo romanzo neonato è ancora fragile, devo nutrirlo un pochino di più.  Vi farò poi sapere, cari amici.

7 agosto 2011                                                          Viaggi americani

Certo, bellissima città, Boston.  Elegante, calma, metropoli di grandi contrasti, perché la storia, la vita, evolve e i cambiamenti sono assolutamente necessari, altrimenti si rimane stagnanti.  Te la senti addosso, la storia di Boston, soprattutto quando segui quel sentierino di semplici mattoni rossi, chiamato ‘Freedom Trail’, la pista della libertà, che ti conduce verso tutti i famosissimi siti che furono così significativi nell’ambito della rivoluzione americana.  La respiri, quella storia furibonda e passionale, giusta e sanguinaria, quando entri nei palazzi dove i ‘grandi’ del tempo s’incontravano per discutere il futuro della ‘colonia’.  Il centro storico (che è poi un po’ dappertutto) ti accoglie con semplice onestà, un benvenuto sommesso ma caloroso; l’aroma di frittura di pesce croccante (con qualche goccia d’aceto) ti stuzzica l’appetito, e la birra nei grandi boccali ghiacciati è ambrata e ha un aroma piacevolmente complesso.  Samuel Adams, rivoluzionario, uomo di stato, produttore di birra, e che birra.  Entra dunque nella locanda “The Bell in Hand Tavern”, di legno antico e grigiastro, mura di pietra, le grandi finestre tutte spalancate al sole e al cielo in questa bellissima giornata estiva.  C’è una brezza dolce che ti scompiglia un po’ i capelli, anche all’interno, mentre siedi al semi-aperto, le dita strette intorno a un bicchiere gelato, colmo di quel liquido storico. “The Oldest Tavern in America”, dice l’insegna lassù, la taverna più antica dell’America; e ti guardi intorno: le travi pesanti, i pavimenti a mattonelle irregolari e sorseggi la birra che dette il sapore alle nottate dei ribelli americani.  Vedi, allora, come vorrei portarti in giro per questi vicoletti del passato, accompagnarti in una vecchia chiesa  protestante dal pulpito bianco, dove si sente più l’odore acrido del legno antico che quello dell’incenso.  Ti condurrei sulle strade della North End, una volta centro vibrante degli emigranti italiani, adesso un quartiere di moda, coi gerani sui davanzali di quelle casette così tipicamente americane, profumato dalle pasticcerie tradizionali, dove le paste sono quasi all’altezza di quelle di Napoli.  Ci allontaneremmo, in seguito, da questa nobile ancient history per entrare nella luce brillante e viva del moderno: grattacieli a specchio, alberghi di gran lusso, viali fiancheggiati da boutique di Ralph Lauren, Marc Jacobs, Diane Von Furstemberg, coi baldacchini a strisce verdi e bianche e grandi vasi di piante esotiche all’entrata.  Verresti con me nel centro commerciale del Prudential Building, su nell’ascensore velocissimo che ci porta al cinquantesimo piano, dove l’ampio osservatorio ci dona la vista a 360° della città intera, palazzi dalle cupole dorate, i viali alberati, il traffico ordinato, il Charles River, dove duecento anni fa galleggiavano minacciosi i bastimenti delle ‘giubbe rosse’.  Poi ti giri e ti trovi di fronte la grande Hancock Tower, scintillante come un diamante nero sotto il sole bostoniano.  Via sull’autostrada, dopo, verso Cambridge, pittoresca cittadina universitaria, un suburb di Boston, sede della grande, unica, nobilissima Harvard University.  E ti trovi così a trattenere il respiro, nella presenza degli spiriti della cultura al livello più elevato.  Sarebbe bello condividere le emozione e le gioie dei viaggi con te, avid traveler.  Forse.  Comunque sì, ti piacerebbe tanto, Boston.

(Per vedere altre foto del mio viaggio a Boston, visitate la mia pagina su Facebook.)

21 luglio 2011                                                   “Bancarelle” nel giardino 

Non si usano in Italia le Yard Sales, ma fanno davvero comodo.  Insomma ti liberi di oggetti che non vuoi o che non ti servono più e ci guadagni anche qualcosina.  Amata  tradizione americana, la Yard Sale (chiamata anche Garage Sale o Tag Sale) si fa spesso, soprattutto d’estate e d’autunno.  Allora, tu cominci a raccogliere dappertutto cose e cosette che ingombrano soltanto, ma che sono ancora in condizioni decenti e, un po’ alla volta, con l’aiuto (spesso brontolone) di tutta la famiglia, porti tutto fuori nel giardino davanti a casa o vicino al garage, fai insomma delle ‘bancarelle’ ordinate e attraenti, sistemando i vari capi con un tocco di creatività per attirare l’attenzione dei passanti e delle auto.  Noi abbiamo messo dei tavoli sull’erba e li abbiamo ricoperti di attrezzi di cucina – caffettiere elettriche, piatti da portata, pentolini, tazze e piattini, e anche una casseruola nuova di terracotta che non ho mai usato. Su un altro tavolo, giocattoli da grandi e da piccolissimi, bambole, seggioloni e quintali di vestitini da dress-up.  Libri di tutti i generi, ma soprattutto favole e racconti di Disney, per i quali non c’era più spazio sugli scaffali stracarichi, sono stati collocati su un’ asse posata sopra due cassette. Poi  abbiamo aperto due sdraio e le ho coperte di magliette, gonne, maglioni, pantaloncini, jeans, sciarpe e borsette.  Infine in bella mostra, le scarpe, carine ma già passate un po’ di moda, di misura 37, incluso un paio di decoltè rosse, che hanno subito fatto fare un bello stop improvviso alle macchine (guidate da donne, naturalmente).  Sparite subito quelle.  E anche una borsetta di nappa rossa.  (Da ricordarsi: il rosso attrae e si vende velocemente.)  Giornata splendida, ma di un caldo afoso d’accidente.  Nonostante mi fossi spalmata con uno strato di sunblock 30, mi sono bruciata per benino. (Da ricordarsi: la prossima volta, sunblock 50 e abbondante, poi una maglietta meno scollata).  Però il cappello di paglia ce l’avevo, per cui non mi sono fritta il cervello.  Di cui avevo un gran bisogno, soprattutto quando dovevo contare i soldi, che ci faccio proprio schifo (dico sempre che la matematica non è il mio forte…), allora, signora, lei mi ha dato dieci dollari, questo costa 3.50, per cui il resto, ecco, sarebbe…Non sono tagliata per fare la commerciante io, menomale che c’era mia figlia ad aiutarmi (nonostante il suo imbarazzo per una madre così imbranata). Certo, si vende tutto per pochissimo; questo è il charm della yard sale. Vengono solo a comprare cosette per pochi soldi, altrimenti andrebbero in un vero negozio.  Dunque, due giornate (sabato e domenica) di semi-tortura sotto quel sole bollente, a trangugiarmi litri d’acqua, a parlare anche un po’ spagnolo, dal momento che questi eventi attraggono tanto i nuovi emigranti latino-americani che spesso hanno ben poco da spendere, ma devo dire che non è andata male.  Insomma ho guadagnato più di quanto mi aspettassi (che poi era dieci dollari, considerando le altre due yard sale che abbiamo fatto negli ultimi anni, dove non avevamo venduto quasi niente).  Domenica pomeriggio poi, i miei gentilissimi vicini mi hanno portato un ombrellone, per cui mi sono potuta sedere all’ombra con un bel libro, cosa che non facevo da un po’. Verso le sei, abbiamo sgombrato tutto (e ce n’è voluto, perché ce n’era rimasta di roba…), caricato la jeep e portato il resto alla Caritas e che Dio li benedica.  Another day in the life in the suburbs

 16 luglio 2011                               Vorrei venirci da turista 

A Portici.  Bella cittadina mediterranea, con quel porticciolo caratteristico, le strade eleganti coi negozi di lusso, poi quelle strette e chiassose del mercato; le palazzine dai colori vivaci con quei balconi traboccanti di gerani rossi e fucsia.  Il sole che batte sulle tennis courts di terra rossa, le pizzerie all’aperto che ti seducono con l’aroma stuzzicante di pomodori freschi, basilico e quella crosta meravigliosamente bruciacchiata.  Vorrei sentire quelle voci napoletane e non capirci niente; mi abbandonerei solo alla magia di quel tono straniero e simpatico.  Vorrei sentirmi il vento tra i capelli mentre ammiro la vista più bella del mondo, il golfo e le isole e quel mare spumeggiante e dire solo How gorgeous perché tutto ciò significa solo bellezza esotica, vacanze e relax… Ma no.  Ogni angolo che giro mi fa tirare il fiato.  I remember.  Quella villa, adesso aristocratica e circondata dalle palme, era una volta malandata, con le mura grigie e sgretolate.  Ci passavo tutti i giorni, al ritorno dal liceo, spesso non sola.  Quei libri pesantissimi legati con la cinghia, che insistevo a portarmi appresso (secchiona), il cuore sempre pieno di qualcosa che a volte faceva un male da morire, altre mi lanciava al volo sul soffio elusivo della felicità più pura (sì, quella che non dura). È mia questa città, intimamente mia e il suo richiamo non è tenue, anche a questa distanza affogata dall’oceano.  Sarebbe bello contemplare una vetrina senza pensare a quella volta che cercavi una camicetta che piacesse a un altro e non vedevi l’ora di metterla.  Quando la scelta del colore era l’unico problema.  Credo che preferisse il verde (oppure il blu?).  Vorrei dare un’occhiata a “Marina”, con quei piccoli elettronici in vetrina, e non sentire la voce spezzata di Battisti che mi racconta di una collina di ciliegi; quell’ LP che mi stringevo al cuore, inebriata dalla gioia di ascoltarlo presto, prestissimo.  Over and over (and over) again.  Vorrei andare da Gallo, e prendermi il gelato al pistacchio e dire solo delicious, chi se l’aspettava, non è mica tanto carina questa gelateria…Ma no, è carina, eccome.  Eravamo in tre e piccoli, noi, lì a gridare i nostri ordini fragola limone pistacchio nocciola cioccolata (allora non c’erano ancora mango cocco peanut butter kiwi) e mia madre confusa alla cassa a contare spiccioli, impaziente ma felice…Ma sì che ci vengo a Portici, non potrei farne a meno.  In ottobre vengo, amici, calpesterò di nuovo quei sanpietrini che mi distruggono i tacchi.  Ma non vorrei altro sotto i miei passi.  Sogno, tremo, voglio e anelo, rimpiango e penso, ho bisogno di quell’aria di tempi andati ma ancora così profondamente presenti...Vedrò chi vedrò, chi non ha paura del passato o del futuro, chi possiede ancora le briciole di speranza che in fondo sono tutto ciò che ci collega al desiderio di vivere. Vedrò chi capisce veramente ‘sta vita, chi l’afferra, ci si tuffa dentro anche se non è tanto bravo a nuotare, perché senza rischi tutto è incolore e privo di gusto (leggi passione).  Vengo, Portici, accoglimi con le tue braccia calde, sbattimi un po’, va bene, ti capisco.  Sia quel che sia.

12 luglio 2011                                                Il mio libro è su iTunes! 

Proprio così!  Il mio romanzo  "Dreams, Lies and a Touch of Smoke" adesso si trova su iTunes, pronto ad essere scaricato!  Allora, se siete in possesso di quella meraviglia tecnologica che è l'iPad, oppure vi portate in tasca l'iPhone, in qualche secondo potrete avere il mio libro, una lettura perfetta per l'estate.  Se conoscete bene l'inglese, v'invito a visitare questo link (poi fatemi sapere che ne pensate della storia, ci tengo tanto al vostro feedback).  http://itunes.apple.com/us/boo​k/dreams-lies-touch-smoke/id44​3808469?mt=11  Buona lettura!

 8 luglio 2011                                      Dreams: ne voglio di meno 

A scuola.  Dico il liceo.  Sto male perché non ci capisco un accidente di questo compito di matematica e so già che mi beccherò un quattro.  Ma sì che ho studiato, fatto è che non mi entra in testa tanto ‘sta roba e insomma la detesto.  Mio padre non la prenderà bene.  Mi sento accasciare sul banco e mi tremano le mani: riesco a stento a tenere la penna…Mi sveglio e il sospiro di sollievo mi fa destare completamente.  Eh, un altro di quei sogni scolastici che ti perseguitano per tutta la vita.  Sempre lì in agguato, pronti a infiltrarti l' inconscio quando meno te l’aspetti.  Anche se non ci pensavi proprio a quegli esami antichi, all’algebra, alla tortura delle lezioni del prof M…Forse è un tipo di punizione per qualche peccato arcaico o recente, una brutta nottata alle prese con la mia materia sempre più odiata (okay, aggiungo anche la fisica).  Ma poi ti svegli e ti trovi il più lontano possibile da quei giorni di strazio.  Così il resto della giornata non sembra male, considerando…Ma non sono tutti così.  I sogni.  Ci sono anche quelli che, al risveglio, ti lasciano confusa e con quel peso dentro che t’impedisce quasi di alzarti dal letto.  Li faccio ancora, accidenti, quelli lì, quelli che mi piaceva descriverti, veri e potenti, immagini e sensazioni così reali che non potevi crederci che non erano davvero avvenuti.  Ma certo che faccio il possibile per bloccarli…Non penso a tante cose che una volta erano dolci, ma che poi cambiarono sapore (all’improvviso!) e cominciai ad evitarle come la peste.  Che in fondo questo sono, non credi? Forse sempre state, ma non ci si vede bene quando c’hai quel velo ingannevole davanti agli occhi. Yeah.  Poi svaniscono quei sogni…Slowly, slowly.  Come tutti gli altri.  Allora rientri nella realtà, e c’è fuori il sole, la pianta di porcellana fiorisce gialla e brillante (anche se ti sei dimenticata di annaffiarla), il caffè ha quell’aroma tutto suo che ti fa destare dentro quella gioia energica, anche se mica dura a lungo…È  poi c’è lo shopping, le lezioni, gli amici, i figli, i blog, quel nuovo romanzo che esige di essere completato perchè è ora, così lo pubblichi poi in autunno, e ti piace tanto, ci hai versato dentro il sangue e l’anima…Busy, so busy.  Sì mi tengo molto busy, così penso poco, i sogni scompaiono nel passato e non sento più la mancanza di ciò che non dovrei desiderare.  Tanto.  Ignoro anche l’orologio, a volte.  Lo guardo lì sul comodino, c’ha l’ora sbagliata ma me ne frego perchè non se la merita poi tutta quell’attenzione e poi, quando lo tocco, mi brucia le dita…Lo spreco, dici (con rabbia, con angoscia), lo spreco di un dono.  Il done più bello, forse.  Passa il tempo, sì, anche senza guardare l’orologio, veloce e malvagio, tic tac, tic tac…Magari passasse il resto.

4 luglio 2011                                          Il barbecue perfetto

Non è stato facile trovare il barbecue perfetto.  Va be’, perfetto, insomma, sarebbe  grandicello, a gas e (importantissimo) a buon prezzo.  Ho fatto il giro dei negozi di home improvement, cioe’ quelli che vendono prodotti che hanno a che fare con la ristrutturazione e la decorazione della casa, soprattutto il super-store che si chiama  Home Depot, un catena di magazzini che vende dalla pittura ai pavimenti alle cucine complete alle lampade per il soggiorno ai tagliaerba e le piantine, e anche le viti e le pile elettriche.  Ci vado volentieri lì, c’è un aria di movimento, di costruzione, di cose nuove, di legno appena segato (infatti te lo tagliano come vuoi e lo stesso per le persiane), ti viene la voglia di rifarti la casa, che so, cambiare il rubinetto del lavandino di cucina, mettercene uno molto trendy, alto, elegante e architetturale tipo Kohler.  Mi fa venire in mente il nostro trasferimento qui da Eastchester, dove abitavo prima, una bellissima cittadina a circa 20 minuti d’auto dalla mia località presente, vicinissima a New York City.  Piangevo tanto in quei giorni, non volevo andarmene, quella villetta bianca col ciliegio nel giardino e lo shopping di lusso a un passo…Quindici anni fa.  Ma purtroppo fu necessario.  Dunque piangevo…finché ci mettevamo in macchina, con in coda pure le bambine (allora molto piccole) e ci avviavamo verso Home Depot.  E mi trasformavo.  La speranza mi rinasceva dentro, anche un pizzico di entusiasmo, mi sentivo di nuovo scorrere addosso l’energia e la voglia di aggiustarmi la casa, anche una diversa e in cui non volevo andare a vivere.  Scegliamo la moquette  (“tangerine”), le mattonelle per il bagno grande (grigio-rosa), la doccia, i lavandini, gli sportelli per la cucina, e sì, le pareti della cucina dovevano essere pitturate di giallo…Comunque, eccomi qui a comprare il barbecue, e ce ne sono dozzine, tra piccolissimi da mettere sul tavolo, a certi accidenti giganteschi e carissimi  per quelli che si considerano grandi chef del barbecue e tramutano il giardino in una vera e propria cucina all’aperto (ho dei vicini così).  Poi loro ci cucinano di tutto su quella madre-di-tutti-i-barbecue: bisteccone, costolette di maiale, polli e arrosti interi, non solo semplici hamburgers e hot dogs come facciamo noi.  (Okay, una volta ho fatto anche la pizza sul barbecue e venne una meraviglia, ma è un’altra storia…).  Io, veramente, il barbecue non lo uso mai.  Sì, preparo la carne, le marinate, ecc, ma metto tutto su un piatto da portata… e mio marito - attrezzi del mestiere belli pronti – si mette lì a curare il pasto.  Lavoro da uomini in America, il barbecue, una tradizione a cui noi donne siamo molto affezionate; certo, signori, fate pure il barbecue oggi, eccovi la carne, così noi  possiamo piazzarci sullo sdraio in giardino, a leggere un po’ mentre voi cucinate…Un day off, no? E loro si mettono lì in piedi, di ottimo umore, una bella Budweiser gelata in mano e girano la carne con attenzione ed affetto, con lo sfondo musicale di Eric Clapton on guitar. Si sentono giustamente orgogliosi di un barbecue ben riuscito: cotti a perfezione i cheeseburgers oggi, no?  Ma certo, e che sapore con il formaggio Cheddar sciolto sopra, il ketchup, un tocco di maionese, una puntina di relish, una fetta di pomodoro o di cipolla se vuoi.  Anzi, qualsiasi cosa va bene sull’hamburger, se ti piace.  Ma i panini devono essere morbidi, leggeri e capienti.  Un po’ di Macaroni Salad (insalata di pasta), coleslaw, pannocchie freschissime, il cocomero di un rosso rubino, birra super-fredda, Brownies con Vanilla Ice Cream per dessert, poi un bel tazzone di caffè (eh, sì, qui ci vuole quello americano).  E, naturalmente, si pranza all’aperto. Includo una foto della mia (con i cheeseburgers), media, poco cara e, sì, perfetta.  Celebriamo allora il 4th of July, dear friends!  Viva il barbecue!

26 giugno 2011                     Carlo Cassola e la crostata di albicocche: letteratura italiana a Eastchester

Insomma non mi era mai successo in tutti questi anni negli States.  Di condurre una discussione letteraria completamente in italiano.  Ma sì, ne ho fatte di conferenze nelle biblioteche e nei circoli privati, ma sempre in inglese, con qualche colpetto d’italiano qua e là, per far frizzare un po’ la conversazione. Ma i colti membri dell’ Eastchester Italian Club mi hanno chiesto di parlare esclusivamente in italiano, dal momento che tutti erano prontissimi ad esercitarsi in questa lingua che conoscevano benissimo.  Che gioia sfogliare il mio vecchio libro (dei tempi del liceo), La ragazza di Bube di Carlo Cassola e parlarne tranquillamente con delle persone che l’avevano letto con grande interesse e comprensione.  Quante emozioni ritrovate tra le pagine di questo grande romanzo, soprattutto considerando il fatto che io avevo pressappoco la stessa età della protagonista quando lo lessi la prima volta, lì sul mio balcone a Portici.  La protagonista con la quale poi condivido addirittura il nome!  Voglio ringraziare tutti i gentilissimi signori (e signore) che mi hanno dato la felice possibilità di discutere la letteratura italiana che amo tanto (e molti altri argomenti) col loro gruppo così competente e ben documentato.  E poi quel caffè che mi avete offerto…Carico e profumato proprio come quello di Napoli, perfettissimo con la crostata di marmellata di albicocche che ho preparato per l’occasione.  Allora, e’stata un’esperienza piacevolissima ed emozionante che spero tanto di ripetere nel vicino futuro.  Cari signori, tante cose di cui parlare, vero? E specialmente un grande grazie di cuore al simpaticissimo Enzo Salvo, per aver organizzato questo scambio culturale così stimolante ed informativo.  Non vedo l’ora di chiacchierare di nuovo con voi tutti!

18 giugno 2011                              Giornate (e notti) newyorkesi 

Anteprima del nuovo film di Woody Allen, Midnight in Paris (Mezzanotte a Parigi); festival municipale vicino casa mia; Union Square all’una di notte:  New York.  È tutto questo, e tanto di più.  I contrasti, la follia, la gioia di vivere qui, la mia piccola grandissima New York.  In tutti i sensi.  Ma sì, abito nei suburbs, nella Golden Apple, nella contea di Westchester, a un passo dalla capitale del mondo.  Ci sono tanto abituata, che a volte mi dimentico che questo era il mio sogno, quando ero piccola (e anche grande) a Portici, dove il golfo di Napoli era il mio campus.  Allora, il film.  Il capolavoro di Woody Allen, questo, credo.  Uscito in anteprima la settimana scorsa, non ancora in tutti i cinema, ma certo qui a New York per primissimo.  Naturalmente.  Perché New York è New York.  Intelligente, sofisticato, divertentissimo, paesaggi parigini da morire, Owen Wilson che diventa Woody Allen, nei gesti, espressioni, balbettii, ma in un modo che fa tenerezza nonostante il sarcasmo appena velato.  Magnifico, quest’attore a cui non ho mai fatto tanto caso.  Oh, viaggiare nel tempo a Parigi, camminare per le strade di Montmartre, accanto a Ernest Hemingway e Scott Fitzgerald, e anche Picasso…Ma quale scrittore non desidererebbe ciò? Che sogno, questo film , che nostalgia, che voglia di soirée parigine nel salotto di Gertrude Stein, nei cafè nebbiosi per il fumo costante. Sensualità e cultura avvinghiati in un abbraccio elettrico.  Cambiamo ambiente: la festa della mia cittadina, del mio suburb.  Sabato freschetto e nuvoloso, ma le strade erano state chiuse vicino a Market Square, e tutti i banchi dei venditori della zona (e no) erano in mostra, belli coperti di mercanzie varie, dalla bigiotteria tipo indiano (argento e turchesi), a prendisoli e caftani esotici, al banco semplice della biblioteca comunale, carico di pile di libri per 50 centesimi l’uno (ma sì, che ne ho comprato).  Poi i cibi internazionali, Shish kebab, Jamaican meat patties, Hot dogs e Corn Dogs, Fried Oreos, Funnel Cakes, Empanadas, zucchero filato, limonata, cappuccino e tanto tanto ancora.  Poi ti siedi su uno scalino o una panchina e ti metti a sentire il rock di un complesso locale, mentre sorseggi il sangria.  Oppure vai più giù, vicino dove vendono le Arepas e il Dulce de leche e ascolti i suoni acuti di un gruppo ecuadoriano, con tanto di poncho a strisce coloratissime e cappelli di paglia e, accidenti, come mi fanno pensare agli Inti Illimani della mia adolescenza… Sono qui tutti, i miei alunni che mi salutano timidamente, i piu’ piccoli perplessi di trovarmi lì (ma non abita a scuola la maestra…?), amici e vicini, gli studenti liceali chiassosi, a cui si unisce velocemente mia figlia.  Un’aria serena e rilassata, coi palloncini rossi e blu che svaniscono tra le nuvole.  Poi la sera arriva, e che capita? Devo andare a riprendere mia figlia (la più grande) a NYC, a un concerto di Natasha Bedingfield, vicino a Union Square; ma sì, doveva tornare col treno, ma la sua fermata (vicino all’università, dove ha lasciato la macchina) non è parte del tragitto ferroviario dopo mezzanotte…insomma che faccio, dice, no, non mi sento di prendere la subway a quest’ora (naturalmente!)…Così ci mettiamo nella Toyota verde e andiamo a New York a mezzanotte, traffico leggeruccio per fortuna, anche se la vita notturna frizza proprio, e le code per entrare in discoteca sono lunghe e allegre.  Una notte tiepida, piacevole, le luci della Grande Mela brillano, sexy e vivaci, e la punta del Chrysler Building scintilla nel cielo notturno.  Certo, me la sento  addosso, lieve, la mia New York, mi accarezza con le sue promesse senza tempo, e le luci della speranza che, per più di un secolo, è cominciata proprio su queste strade.  Felice di esserne parte. (Ma me manca Napule…).

5 giugno 2011                                Smarrita a Croton Avenue: un memoir 

Smarrita nei suburbs di New York.  Allora, c’era una volta.  Una giornata da sogno: piena estate, caldo ma non da morire, un sospiro di brezza che mi agitava appena i capelli (lunghi, lisci, castani) e mi sollevava l’orlo del prendisole.  Sola.  Completamente.  Non c’era nessuno in giro quel pomeriggio di tanti anni fa, mentre imboccavo Croton Avenue, strada da me sconosciuta e intrigante.  Ero da poco arrivata a New York, reduce dello stress strepitoso dell’esame di maturità al classico di Portici (e anche fragile dopo la fine di una storia tempestosa ma importante), e mi ero proprio sprofondata nello spirito delle vacanze.  Il viaggio in America.  Il famoso viaggio a New York che mi rigirò per benino tutto il resto della vita.  Ma chi lo sapeva?  Ragazzina adolescente, Alice in Wonderland, in un mondo magico, popolato dai sogni che mi ero creata per anni, lì a casa mia, affacciata al balcone che dava sul Golfo di Napoli.  E che noia, dicevo sempre.  L’arrivo al grande, movimentatissimo aeroporto Kennedy era stata un’emozione straordinaria; poi mi vennero a prendere, gentili parenti di chissà che grado, che non conoscevo e capivo ben poco.  E mi vidi sfuggire New York, lì, nella Chevrolet marrone, mentre ci allontanavamo dalla città, avanzando su uno di quei imponenti ponti a sospensione visti solo in televisione, verso la zona residenziale…Ma…non restiamo a New York, vicino all’Empire State Building? Dicevo o pensavo, anch’io convinta che tutti gli Americani abitassero a breve distanza dalla Statua della Libertà e dalla Quinta Strada.  Ma no, i parenti abitavano fuori città, in un viale alberato e diritto, con tante villette ai lati, una di fronte all’altra, con precisione, ordinate e munite di quel pezzetto di prato dall’erba bassa e verdissima.  Dei cani abbaiavano nei giardini del retro, e uccelli e farfalle nere e arancioni svolazzavano da nido a ramo ad aiuole rosa e gialle.  Surreale per me, napoletana, cresciuta nel mio dolce chiasso cittadino.  Va un po’ in giro, mi dissero, vedendomi col muso, annoiata, in una stanza dalle pareti color cielo, smaniosa per il frastuono confortevole della città, negozi, macchine, folla. Vestita (così vivido il ricordo.  Okay, poi c’ho pure la foto) in un prendisole blu scuro con un disegno astratto, bello scollato, cortissimo, leggero, che mi stava a meraviglia, m’infilai dei bei tacchi, borsetta a tracolla, e me ne uscii.  Su per Croton Avenue, un viale lì vicino, ombreggiato da querce e aceri, sotto cui si adagiavano tranquille le villette dei miei film americani.  Bambini biondissimi e scalzi correvano nei giardini, con pistole ad acqua, ridenti, spensierati, liberi.  Hi, mi dicevano e io non capivo, perchè sapevo che ciao si dice hello.  Nuovi questi americanismi, strani…Una vita fa.  E qui oggi, questa mia vita, a pochi passi da Croton Avenue. Chi l’avrebbe mai immaginato.  Sempre uguale, questa strada di Westchester, alcune delle villette hanno i muri un po' sbiaditi, altre sono state imbiancate (o pitturate color carta di zucchero e verde salvia!), i fiori sempre teneramente curati, i bambini cresciuti, partiti, e altri (bruni) al posto loro.  Ma la calma pomeridiana regna ancora, anche le macchine sembrano sussurrare, il marciapiede è quasi tutto all’ombra e i cani fanno sempre un pò di frastuono quando passo vicino agli steccati.  American suburb. Sì, sono smarrita.  Ma solo un po’.

30 maggio 2011                                        Accidenti, cerco sempre Portici…

 

Weekend estivo.  Dalla pioggia continua di qualche giorno fa, che ricoprì di grigiore e lacrime tutto il paesaggio, ci siamo tuffati all’improvviso nell’umidità dell’estate newyorkese.  Dunque, me ne andavo in giro a farmi la solita passeggiata (semi) atletica per tenermi in forma…e finisco al centro della mia cittadina dove hanno appena aperto il mercationo verde, che continuerà fino a novembre (ma solo il sabato).  Come sempre, mi basta poco per immergermi nei ricordi della mia vita italiana, e il profumo della frutta evoca il mercato di Portici.  Ma si ferma qui il paragone.  Questo mercatino è tranquillo, piccolo, limitato a una piazzetta, e, dal momento che oggi è il primo giorno, non tutti i venditori sono arrivati dalle campagne della zona, tutte più a nord di Westchester, a circa un’ora d’auto. Naturalmente, avevo con me la mia digitale (raro che esca senza portarmela appresso) e ho fatto un brevissimo filmato tanto per farvi assaggiare un pezzetto della mia New York, della mia vita quotidiana.  Ma soprattutoo delle immagini che mi fanno cascare adosso quella valanga di ricordi.  Here it is!

 16 maggio 2011                        Trattenete il fiato: è Mal dei Primitives! 

Non me l’aspettavo.  Come sapete, ho da poco l’abbonamento a RAI International, per cui mi sono completamente immersa nei programmi italiani, avida come sono della mia cultura, il mio passato e la mia stessa essenza.  Comunque, dormicchiavo sul divano, tardissimo, forse l’una, e guardavo Ciak si canta, che avevo registrato col DVR per potermelo veder in santa pace.  Mal e’ irrotto all’improvviso sullo schermo, credevo quasi di sognare!  Okay, più che visto, ne ho sentito dire il nome dal presentatore e anche da Belen Rodriguez, e mi sono svegliata, Che? Cosa? Mal dei Primitives? State scherzando?! Ma no, era proprio lì, il mio vecchio idolo, l’uomo dei miei sogni d’adolescente, dolce cantante inglese per cui avevo una cotta mostruosa, cielo, quegli occhi così grandi e blu, il viso perfetto e pallido, i capelli lunghi (so dangerous!), l’accento esotico…Dunque, da ragazzina tredicenne che ero, avevo attentamente ritagliato tutte le foto di Mal che riuscivo a trovare nelle riviste gossip di mia madre, e ce n’era una in particolare che mi faceva venire i brividi, m’infocava l’anima e i sensi, insomma mi riempiva di speranza nella vana ricerca del principe azzurro (lui).  Era un close-up, una pagina intera in bianco e nero, e la tenevo bella nascosta tra le mie cose, cercandola solo quando ne sentivo il bisogno.  Certo, sarebbe stato bello attaccarla al muro, poster d’onore nella mia stanza; ma no, sui muri dovevano starci solo i parati dal disegno settecentesco e qualche quadro dipinto da amici di famiglia.  Ordine di mia madre. Well.  Ma sì, ne ero un po’ innamorata, e mio padre un paio di volte mi sorprese a stringere al cuore quella pagina.  Beh, non la prese bene, ma chi è ’sto shifoso capellone, sai che gentaglia, cattivo esempio per le ragazzine ecc ecc.  Naturalmente ci facevo poco caso io, e la sua voce finiva nella nebbia dell’inconscio, muta e perduta.  Finché un giorno non s’arrabbiò parecchio (ma sì, non ricordo che feci, sarà stata la solita roba, voglio uscire, e chi se ne frega che si fa buio…), corse in camera mia e trovò il mio prezioso poster…E me lo strappò in mille pezzi davanti agli occhi.  Furia, rabbia, disperazione.  La fine di Mal: non ci pensai mai più.  Ma ecco, il passato mi è venuto a stuzzicare, e lui sta lì, alto e vestito di nero, un po’ ingrassato e i capelli sempre folti ma grigi.  Ancora un bell’uomo, però (ma più tenerezza e nostalgia che sex appeal).  Ancora vivo (non si sa mai…).  Babbo, babbo, che paure intutili, che drammi per niente, ma che cosa temevi, che me ne scappassi giovanissima con un cantante inglese?  Beh, insomma, quasi…

11 maggio 2011                             Il sapore della nostalgia: Live su RAI International 

 Allora adesso che mi sono abbonata a RAI Italia, mi arriva tutto (o quasi) qui a New York.  Immaginate la mia gioia quando ho trovato il nuovissimo Napoli Milionaria! con Massimo Ranieri nella parte principale, insomma Eduardo.  Ammaliata subito dalla trama tragica e familiare, mi sono lasciata trasportare da quelle voci napoletane che mi scombussolano sempre il cuore quando le sento, con quella malinconia che mi si gonfia dentro, a volte tanto forte da strapparmi anche le lacrime che non faccio mai uscire. Attenta, concentrata, tutti i pori della pelle pronti ad assorbire questo pezzetto di Napoli che penetrava nel mio living room americano, ho anche chiuso un po’ gli occhi, soprattutto quando parlava Errico Settebellizze, sarebbe l’attore Enzo Decaro, con cui ho una certa affinità.  È l’accento che mi aggancia, napoletano sì, ma con quel tocco porticese con cui sono cresciuta.  Come già saprete, se seguite il mio blog, l’anno scorso, mentre guardavo Provaci ancora prof (troverete questo brano nell’Archivio), ho saputo, attraverso una persona con cui condivido un po’ di ancient history, che io e il signor Enzo Decaro eravamo nello stesso liceo.  E no, accidenti che rabbia! io non me lo ricordo proprio ‘sto ragazzo, che allora aveva pure un altro cognome, ma lo stesso non mi viene in mente.  Comunque quel legame telepatico tra porticesi c’è lo stesso e vedo (cerco) in lui - un uomo maturo, ordinario - gli altri, quelli di una volta, quelli che mi regalarono la dolce euforia di volare tra le stelle, quando la vita era ancora profumata di voglia e di speranza.  Eh sì, anche loro parlavano così.  Allora ecco che mi tuffo negli occhi celesti dell’attore, limpidissimi, eloquenti, e mi smarrisco nel passato.  Ma non è di questo che voglio parlare (facilmente perdo la strada io…).  Ma di Eduardo.  Cioè, di Massimo Ranieri, con quel volto scavato come il suo, sulle spalle il peso della rassegnazione, quel tono spento, gli occhi vuoti.  Bravissimo nella parte del pater familias tormentato, Ranieri, certo…ma quella fluidità di parola, di espressione, che ti si avvolge addosso, t’incanta, ti fa venire quel desiderio ardente di abbracciarlo - padre, amato zio - simbolo assoluto degli uomini importanti della vita, quelli che ti hanno fatto sentire protetta e sicura, le loro braccia una tenera culla…Ecco questo manca.  Perché appartiene solo al grande Eduardo.  Unico, lui.  Ma guarda, arriva quell’aroma antico - scuro, forte, bollente - nella tazzina nelle mani tremanti della figlia ‘perduta’, il fumo che non vedi ma lo senti, ti accarezza le labbra e le palpebre... ‘O caffè.  Assaggialo dunque, lascia che compi la sua magia, che ti guarisca l’anima sconvolta.  Poi si vedrà che ci porta domaniÈ vero, la speranza sa’ di caffè.  Ha da passà ‘a nuttata.

   3 maggio 2011                                Alla guida della jeep 

Mi sento possente.  In controllo.  Priva di paure.  No, non è mia, ma è la macchina nuova (usata) di mio marito.  È come guidare un camioncino, mi dicono, non è un auto, insomma una volta erano solo i soldati a portarsela in giro.  Veramente anche il colore è molto maschile: un verde scuro, militare, serio.  Ma salgo su (sì, c’è lo scalinetto, non ideale per la gonna attillata), mi piazzo in quel sedile di pelle morbida, comodo, alto, afferro il volante solido e…mi sembra di avere una vista del mondo un po’ più limpida.  Ma sì, è tutta un’illusione, lo so, ma, beh, mi fa bene.  Qualche anno fa avevo una bellissima minivan azzurra, con tanto di quello spazio dentro, sette posti, ci si poteva camminare pure…Ma la jeep è diversa.  C’è quel feeling stranamente romantico-avventuroso che mi fa pensare alle zone di tumulto politico, o ai deserti del Nord Africa, vestita alla ‘safari’, occhialoni da sole e cappello (forse anche quell’accidente di orologio svizzero al polso, sai, quello pesantuccio e dolce-amaro), su e giù per le dune di sabbia rosa dorata, un continuo cambio di marcia (ma certo, la mia è automatica, siamo in America in fondo).  Le ruote passano facilmente sopra i fossi, senza farteli sentire addosso come con la mia piccola Toyota, padrona della strada, regina dei suburbs (okay, cerco di non far caso al serbatoio che mi si svuota davanti agli occhi…), questa se li conquista per benino, non ne ha timore, vince sempre lei.  Mi viene da ridere quando passo le macchinine giocattolo, come la SmartCar.  Ma che carina, bella gialla o lilla, potrei appiattirti in un istante, trasformandoti in una lastra liscia, una chiazza di colore sull’asfalto.  Svaniresti eccome, mia piccola SmartCar grigio metallico, confusa, tremante, un niente davanti alla forza superiore della camionetta militare.  Altro che femme fatale, sai, c’è un’autista esperta e motivata al volante, seppure bionda e coi tacchi a spillo, ma il fuoco dentro ce l’ha eccome, e non sempre quello che ti aspetti, quello che ti fa sciogliere tutto e provoca certi sogni metaforici.  Un fuoco di furia avvolge ‘sta jeep, le dà una bella spinta, le fa prendere il volo.  Attenta SmartCar, potrei facilmente annientarti.  Ecco, scendo adesso, mi liscio i capelli (il vento…).  Finita l’avventura.  Più dolce, la mia Toyota, mi accoglie sempre con affetto (e piú di rado esige benzina).  È ormai parte di me.  Ma la Jeep aspetta, pronta e paziente, forte, quando ne ho bisogno.  Allora, cave canem, tiny car!

27 aprile 2011                          ‘Sto paesaggio ha da svanire… 

Infatti, un paesaggio.   Certo che lo ricordo com’era allora, dolce, vibrante, il verde era di smeraldo, il blu uno zaffiro liquido e il sole c’era sempre, anche quando non c’era, perché me lo sentivo dentro con l’abbaglio della gioventù.  La gioia nel guardarlo, ammirarlo, assorbirmelo, tuffarmici dentro, viverlo, con la pelle e l’anima, era lo scopo delle mie giornate.  A volte non pensavo ad altro: solo quel paesaggio paradisiaco esisteva.  Lo sognavo, me lo facevo sognare; la mia prima vista del mattino, il primo dolce sobbalzo al cuore.  Poi tanti altri a seguirlo.  Andarmene faceva male.  Ma dovevo, non capite? Che scelta avevo io, in preda all potente volontà paterna, alle abitudini estive che non potevano cambiare.  Soffrivo quando lasciavo quel paesaggio.  No, sanguinavo.  E solo il suo continuo pensiero mi reggeva.  L’avrei rivisto tra poco, in fondo, coraggio…Un giorno però il viaggio fu più lungo (scelta mia, repente, immatura).  Ma gli anni di lontananza me lo resero sempre più dolce, anche se un po’(appena) sbiadito.  Lo cancellavo con violenza, quando mi rientrava nella mente, forte ancora, anche struggente, il desiderio mai appassito, la voglia di immergermi acuta…Fu diverso, dunque, il mio paesaggio, quando me lo ritrovai di fronte all’improvviso.  Trattenevo il fiato, non sapevo che sentire, che pensare, sarebbe stato diversissimo stavolta, cambia tanto il mondo, la storia, e anche i paesaggi, con nuove aggiunte, qualche perdita, forse importante…Ma no, mi sentii avvampare il viso quando il mio sguardo lo accarezzò di nuovo, ma cercai tanto di controllare quei sentimenti clandestini e segreti.  Splendido come allora, il mio paesaggio.  Sì, mutato, in qualche aspetto, le fronde abbondanti dei miei alberi amati un po’ più scarse, appena appassite.  Ma non meno care.  Forse di più.  Sì, tanto di più, e le emozioni celate resuscitarono, esuberanti, eruttate dal vulcano che mi era diventato il cuore.  Cambia tutto ma non cambia niente.  Riafferrare quel passato con la rabbia dello spreco degli anni.  L’ira e lo strazio, l’ingiustizia.  Poi la possibilità (concretissima!) di dipingerlo di nuovo, con tenerezza e anche col fuoco, renderlo ancora fremente e prezioso.  Perché prezioso lo era.  Ma forse ero l’unica a crederlo.  Lentamente, il paesaggio si ritrasse nell’oscurità, sempre lì, sotto lo stesso sole.  Ma non ne assorbiva più il calore.  Né la vita.  Difficire vederlo, rassegnato all’anonimità, un panorama come tanti, solo ogni tanto lo colora (brevemente) una scintilla di euforia e bellezza.  Mi fa angustiare trovarlo così, risoluto ad avvolgersi in quel manto insipido.  Che fare, dunque? Bisogna continuare, allontanarsi con fermezza, anche girare la pagina.  Ce ne sono tanti di paesaggi in questo nostro meraviglioso mondo, e il richiamo mi ammalia con nuova speranza.  Panorami abbaglianti, da toglierti il fiato, lontani ma anche vicinissimi, seducenti tutti.  Sì sono diversi, ma non meno dolci.  Certo meno amari.  Che svanisca pure, allora, ‘sto paesaggio stanco.  I’m moving on.

24 aprile 2011                                                Almeno c’è la Pastiera… 

Un’altra Pasqua, un’altra primavera (tanto per dire, il tempo non è un granché), e naturalmente un’altra Pastiera.  Bella, grandissima, dorata, profumata d’arancio e vaniglia, la regina della Pasqua partenopea è stata di nuovo creata nella mia cucina americana.  Ma sì, certo che mi preoccupo sempre, tutti gli anni, verrà bene, riuscirò a stendere la pasta senza buchi, si gonfierà troppo nel forno, si romperanno dei pezzetti della crosta…? Ma no, tutto va sempre bene e l’aroma della mia infanzia napoletana inonda la mia casa all’altro lato del mondo.  Sarà densa e cremosa, dolce e aromatica, perfetta con una tazzina di caffè, il giorno dopo a colazione.  Mi sono portata Napoli a New York, e così sarà sempre, ogni volta che raccolgo tutti gli ingredienti adatti e mi faccio quei dolci del passato. Vi offro dunque la mia Pastiera, cari amici italiani, con l’augurio di gioia e pace e di ricordi emozionanti che vi accompagneranno per tutta la vita.  Buona Pasqua da New York!

13 aprile 2011                                                        Les Miserables 

Insomma era solo uno spettacolo musicale al liceo di mia figlia.  Ragazzini, suoi compagni di scuola che interpretavano un famoso musical del teatro inglese (e poi americano).  Un grande successo tra le luci di Broadway: Les Miserables, la produzione musicale della grande opera di Victor Hugo, I miserabili.  Li conoscevo da anni, piccoli, seconda, terza elementare, alcuni molto chiacchieroni che a volte mi facevano venire la voglia di strapparmi i capelli, quando ero supplente in classe loro.  Il teatro del liceo è pieno, ben illuminato e i tanti genitori si salutano con cordialità, che parte fa Olivia? E Noah è Jean Valjean? Davvero, anche Caleb nella parte del locandiere? Ma sì, che bello…Ci si siede e si aspetta l’apertura del sipario, un altro spettacolo scolastico come tanti altri, bravini, applaudiamo calorosamente…Ma no: già dalle prime note capisco che questo è diverso; la voce dolcissima (e potente) di una ragazzina dai capelli ricci che conosco da tanto tempo, avrà quindici anni, faceva svogliatamente gli esercizi di matematica…Ma vola adesso, leggera, una voce pura che ti scorre addosso come una pioggerella estiva, e tu non sai più che pensare perché cominci a sentire troppo e non lo vuoi, così, davanti a tutta ‘sta gente…Ma anche loro incantati, occhi liquidi…Ti porta in alto, ti fa dimenticare che sei nel teatro di un liceo provinciale, circondata da ex-alunni, che non sono più quei bambini chiassosi, ma adolescenti di grande talento.  Ti abbandoni allora a quella trama triste, nella vita disperata di questi personaggi che ti toccano l’anima, te la scuotono con musica struggente che sottolinea i tuoi veri sentimenti, quelli che celi anche a te stessa perché si deve andare avanti, in fondo, un giorno dopo l’altro, cercando di non provare con troppa intensità.  Ma On my own, cantata dalla sfortunatissima Eponine, mi fa dissolvere i sensi, mi stringo le braccia, e tengo gli occhi aperti a tutti i costi, non sono sola, ma in verità lo sono e vorrei anch’io sentire…beh, ciò che non posso.  On my own, pretending he’s beside me, sospira Eponine, All alone, I walk with him till morning…Yeah, moving on.  Non cambia poi tanto il mondo, vero? E accolgo Valjean, dopo, un ragazzo di sedici anni, la voce che s’innalza, sottile, tremula, mentre lui, in ginocchio davanti al ferito Marius, prega che viva, Bring him home, melodiosa, ma forte, un uomo vero in preda a emozioni strazianti.  Bravissimo, Noah, con quei capelli sfumati di grigio e la divisa stracciata, certo che lo so, che quella musica spunta solo dal cuore perché tu adesso sei Jean Valjean.  In onore dei fantastici attori del nostro liceo, includo questo link a On my own dal cast originale di Les Miserables. http://www.youtube.com/watch?v=cuS1cCnG8xc

4 aprile 2011                                      La strada è sempre sdrucciolevole  

Vorrei avere la forza di darmi pace.  Di concedermela, di abbandonarmi al sollievo di non sentire con tanta intensità.  Dimenticare.  All’improvviso, come se non fosse mai esistito.  Tutto ciò.  Passato e trapassato, verbi duri ma seducenti che continuano a chiedermi di coniugarli.  E io li sbatto via con una violenza che non sapevo possedessi, ma mi riacchiappano alle spalle, in agguato sempre, nascosti nelle ombre fatali della nostalgia.  Una brutta bestia, questa, che t’infiltra l’anima, ti corrode i sensi, ti rende vulnerabile nonostante quella bella corazza d’acciaio che ti sei piantata addosso anni fa.  Basta un soffio di quel passato partenopeo per farla liquefare, un ruscello che poi diventa fiume.  E non riesco a contenerlo: possente e crudele, vuole affogarmi.  No, non nuoto bene io.  La curiosità mi invita spesso alla tortura, perché, accidenti, sono umana, nonostante tutto.  Sento attraverso la musica spesso (forse troppo) e seguo quel filo di speranza con cui mi allettano le note, o una voce intima che si adagia sulla passione delle corde di una chitarra, o i tasti di un pianoforte accarezzato da dita sapienti.  Spasimare per l’impossibile.  Che vorrei non lo fosse.  E potrebbe, sì, certo che potrebbe, perché non ce lo dicono tutti i grandi ottimisti del mondo, che qualsiasi cosa è possibile tramite una forte volontà e determinazione? Ma rischio di perdermi in una foresta intricatissima da cui non potrei mai più uscirne.  Senza calpestare troppe vite. Vale la pena?  No, certo che no…Ma continuo a desiderare l’impossibile, ne sento il sapore sulle labbra, il bruciore delle fiamme di una passione mai spenta.  Ignorata, sepolta, ma no, mai spenta. E lei canta, Valentina Stella, comme faccio senza ‘e te…And so it goes.

17 marzo 2011                                                          Viva l'Italia! 

Celebriamo con gioia questo grande anniversario, da qualsiasi parte dell'oceano ci troviamo.  Sono molto fiera di essere italiana, e quel mare, quel sole, quelle voci amate saranno sempre nel mio cuore.   Happy Birthday, Italy!  Buon centocinquantenario, Italia mia!

15 marzo 2011                                              No, non capisco... 

Non riesco a pensare ad altro.  Le immagini grigie e a volte sfocate dell’orrore che ha aggredito il Giappone mi perseguitano.  Com' è possibile una cosa del genere, o anzi tre? Calamità spaventose e imponderabili, feroci e crudeli.  Una giornata come un’altra, un pomeriggio così routine.  Finché non lo è più.  Si apre la terra, cade il cielo ingoiato dal mare impazzito; spuntano fumo e fiamme dall’inferno in maschera che sono le centrali nucleari.  Ti aggrappi a un palo, tieni forte la mano di tua figlia mentre un vento apocalittico ti schiaffeggia, sei forte, credi, sfidi la natura mostruosa, non me la toglie nessuno, giuri…Ma no, quella barriera di acque infuriate te la strappa, e le tue grida strazianti non servono a niente.  Solo una di quelle storie di disperazione, questa.  Ce ne sono migliaia di altre.  Che cosa fai quando hai perso tutto? La forza inerente della natura umana, il desiderio innato di sopravvivenza. Dicono. Quale sopravvivenza, se ti hanno stracciato il cuore dal petto, e restano solo dei fili appesi, fiacchi, vuoti…? Guardi in alto per un attimo, e solo la rabbia s’innalza verso il cielo, e gli domandi dove sei perché se ci fossi questo non succederebbe.  La paura, il vuoto, l’angoscia.  I momenti dilanianti dell 11' settembre risuscitano e non credi più a nulla.  No, non capisco, non accetto.  My heart is bleeding for you, people of Japan.

27 febbraio 2011                                               Carnevale e Mardì Gras: respiriamo la follia 

Non un granché il Carnevale a New York.  Anzi inesistente.  Però c’è New Orleans, nel sud, laggiù nella Lousiana, con quel pezzetto di Francia dentro.  Mardì Gras, festa grandiosa in questa città, una giornata che praticamente si tira per una settimana.  Parate, baldoria nelle strade, migliaia di collanine colorate lanciate alla folla dai carri maestosi delle varie “houses”di Carnevale della città.  Grande spettacolo, dove ogni anno si radunano turisti da tutte le parti degli States.  A volte poi diventa proprio un baccanale, coi ragazzi universitari ubriachi fradici che ne fanno di tutte, inclusi spogliarelli pubblici.  Naturalmente tutto illegale questo, ma le forze dell’ordine in questa occasione ogni tanto chiudono un occhio.  Il dolce più famoso del Mardì Gras di New Orleans è la King’s Cake, una grande torta a forma di ciambella, morbida e dorata, farcita di pasta di mandorle, oppure di una crema vellutata fatta col Philadelphia e la vaniglia, con un tocco di cannella.  È ricoperta da una glassa tricolore, verde, gialla e viola, per rappresentare i colori di New Orleans.  Poi dentro c’è nascosto the baby, sarebbe un piccolissimo pupazzetto di plastica, un neonato, una specie di portafortuna, e chi lo trova è dichiarato il re (o la regina) della giornata.  Tradizioni antiche, basate su quelle francesi, con qualche tocco religioso e qualcuno pagano.  A volte la faccio anch’io, la King’s Cake, data la mia passione per i dolci; oppure i miei vicini (provenienti dalla Louisiana) ce ne regalano una, ordinata proprio da una pasticceria tradizionale della zona, specializzata nei dolci del Mardì Gras.  Però anche una bella ciambella al burro, decorata con la glassa tricolore, sarebbe perfetta.  Ma dovete nasconderci dentro quel pupazzetto di plastica, the baby!  Anche se un fagiolo o una mandorla vanno bene lo stesso.  E augurissimi a chi lo trova!  Comunque non è questo il mio Carnevale ideale. Give me a masked ball, un gran ballo in maschera.  A Venezia, per essere precisi.  In un palazzo del settecento, in una sala principesca illuminata solo da candele o lanterne, e noi tutti in costumi sgargianti, volti coperti da mascherine eleganti e sexy, decorate di piume e di pizzo, completamente irriconoscibili.  Forse ci saresti anche tu.  Cercami, trovami, stringimi, fammi girare, prendimi, offrimi le stelle e la luna, fammi volare, tremare, e sì, quei sogni mi stuzzicano ancora; mi sveglio scossa, turbata, e schiaccio la voglia di parlarne...Poi via, svanisci, diventa solo un miraggio a cui mi aggrapperò quando ne ho bisogno.  Sempre lì, teneramente nascosto nel mio scrignetto dei ricordi.  Well.  Così, nell’attesa dell’invito a un ballo in maschera aristocratico, mi rimbocco le maniche e preparo le frappe fritte modenesi, come le faceva mia madre per Carnevale.  Happy Mardì Gras a tutti! 

22 febbraio 2011                                                                            Pensieri, pensieri... 

Un po’ di brodo di pollo fatto ieri, riscaldato in un tazzone arancione nel microonde, senza pastina stavolta, all’americana. Me lo stringo in mano per riscaldarmi.  Qui seduta davanti al computer, lanciando sguardi fuori alla finestra, dove un lieve manto di neve nuova copre il prato.  Sì, poca, solo un tantino per rompere.  Finirà mai quest’accidente d’inverno? Stanca, stanchissima, questo il più lungo della mia vita.  Proprio un inverno cupo da Dickens, gelo dentro e fuori.  Beh, quello interno ha poco a che fare con l’altro, e forse è anche peggio.  Ma sì, chiaro.  Penso sempre; penso tanto.  A quello che potrebbe essere, se avessimo il coraggio di darci un bel calcio, spazzarle via, queste dannate inibizioni che non ci permettono di vivere in pieno.  Legami sociali, superflui ma potenti, imposti spesso da noi stessi perché siamo figli deboli (schiavi!) di questa cosiddetta società civilizzata.  Quel che dovrebbe essere, per partecipare nella vita come protagonisti invece di burattini con tutte le mosse premeditate.  Sentirmi libera di averti, senza rimorsi né sensi di colpa, perché ‘sta vita è mia (e anche tua) e dovrei usarla a piacere.  Mio.  Buttarmi, beh, a volte mi butto.  Poi nuoto per un po’, finché non reggo più, mi arrabbio, mi rassegno.  Scrivo.  Non, non di te, ma di me.  In relazione a te, forse, ma non sempre.  Vado avanti, attraverso altri mari, scavalco i confini, continuo imperterrita.  Lasciando indietro quel che fa soffrire.  E se mi torna in mente, beh, ci (ti) dò un bello schiaffo, lo calpesto per benino e grido NO.  E forse lo raccolgo, dopo, quando è completamente stracciato, e lo stiro teneramente con le dita.  Vorrei essere più dura, io.  Ci provo tanto, ma non mi riesce bene.  Ma continuo a tentarci.  Nient’altro da dire, e questo pezzo è un bel po’ di nonsense rambling…Allora, so what?  È il mio blog e ci scrivo che cavolo mi pare.  Punto e basta.

13 febbraio 2011                                       Jazz, Pop, Blues e James Blunt  

Soprattutto James Blunt.  La mia storia nella musica.  Certo, mi abbandono alle note, mi perdo, ascolto, sento, capisco, mi aggrappo alla rabbia, poi la controllo perché non vale la pena, tu non vali la pena, anzi nessuno.   Appassionata come sono della musica italiana, adoro anche le meravigliose canzoni americane e inglesi.  Soprattutto James Blunt. Okay, parliamo di parole spezzacuore, tristissime, situazioni da lacrime e voglia di finirla.  Insomma si tratta dell’amore.  Che è sempre così.  Perché la parte dolce, le fiamme, la gioia…beh, quelle durano poco.  Il fuoco che ti portò alle stelle, che ti sciolse l’anima e il cuore, poi finisce col bruciarti per davvero.  The end.  Allora, appiattita sull’asfalto, coperta di polvere, non te ne frega di niente.  Però, well, human nature, ti tiri su, t’indurisci, e ricominci daccapo.  E stavolta sei tu quella che tiene il manico del coltello.  O la penna.  O Microsoft Word.  Così mi circondo di musica, accetto i colpi, e dico, sì, Diana Krall, è verissimo, I’m crazy, pazza, matta, perché ci tengo ancora, nonostante tutto http://www.youtube.com/watch?v=-PI_SverY0w . Questa fantastica cover della Krall del capolavoro di Patsy Cline resta contemporanea nonostante sia stata scritta trenta o più anni fa.  La pazzia che è l’amore non cambia mai.  I brandelli sono gli stessi, anno dopo anno, secolo dopo secolo.  Dolcissime, ma strazianti, poi, le parole di A Fine Frenzy, giovanissima e ancora troppo romantica, ma già morsa, già shiaffeggiata da quell’accidente che distrugge tutte noi donne:  Almost lover http://www.youtube.com/watch?v=EDEEzS7OV2k . Bellissima questa canzone, vi consiglio di scaricarla. La capirete, credetemi, la lingua non ha importanza, la sofferenza è la stessa.  Poi c’è James Blunt, giovane anche lui, non è un granché, sarebbe, non è il tipo, a vederlo, a cui vorresti buttarti addosso.  Poi comincia a cantare.  E cambi idea. http://www.youtube.com/watch?v=Hxfo61V-U1I  Delicata, tristissima, sottile, spezzata a volte, la sua voce ti scuote, ti accarezza, ti rintraccia quella parte del cuore che avevi seppellita e te la risuscita.  E tu dici no, non importa, sono forte adesso, mi sono costruita questa casetta d’acciao inossidabile e ci abito bene. Poi ne esci lo stesso, e l’odio si trasforma nel suo contrario. E ti butti.  One more time.  Avanti, Diana Krall e Willie Nelson, ditemelo ancora, cosa mai potrei fare, ottenere, conquistare, if I had you http://www.youtube.com/watch?v=yZkvPS1VwQU .  Yeah…Il potere della musica.

2 febbraio 2011                                                       Giornata perfetta per fare il pane 

Allora, l'inverno che non finisce mai.  Bloccata in casa: scuole chiuse, ghiaccio e nevischio sulle strade.  Un grigiore da suicidio.  Tutte le luci accese alle undici di mattina.  Giornata perfetta per fare il pane.  Quello semplice e morbido, quello che ti scalda il cuore, mentre giri e rigiri quella pasta soffice e leggera tra le mani.  Il pane americano, bianco e profumato di lievito e di burro.  Crosta dorata e friabile, aroma da paradiso.  Che bel dono per i miei vicini!  Dolce tenerlo in mano, così soffice e tenero, dopo aver spalato la neve dagli scalini.  Le piccole cose della vita.  Quelle che forse contano di più.  Eccovi la mia ricetta.

2 febbraio 2011                                       Nun cia faccio chiù 

Con la neve.  Ecco, questo è diventato davvero un inverno da incubo.  Nonostante abbia trascorso una vita in America, a New York, non  ho mai visto quest’abbondanza di nevicate.  Una dopo l’altra, una (o due) la settimana, una più schifosa dell’altra.  Abbiamo più di un metro e mezzo di neve ai lati dei marciapiedi, poiché si accumula, si gela, e ci resta.  Neanche tutta bianca poi.  Dopo qualche giorno la candida purezza diventa uno schifo di montagnelle di neve sporca e acquosa.  E camminarci su …Allora, sono quasi due mesi che non metto altro che stivaloni da neve, bassi e goffi.  Ma sì, mi porto pure il cambio a scuola, ma sfilarsi e infilarsi le scarpe, poi andare in giro sui pavimenti bagnaticci coi tacchi…non vale la pena.  Inoltre io torno sempre a casa a piedi.  Ma certo che tutti mi danno della matta, e forse lo sono (voi che mi conoscete bene sareste senz’altro d’accordo), ma io insisto su questa mia fissazione: fa bene al fisico e mi tiene attiva.  Altrimenti che altro faccio, seduta a scuola, poi ore davanti al computer…Anyway, oggi hanno eliminato le lezioni pomeridiane, per cui la scuola ha chiuso alle 11,30.  Non appena l’arrivo dell’ultimo scuolabus è stato annunciato sull’altoparlante, e questi adorabili bambini ci sono corsi su, io ho cominciato il rito dell’inverno 2010-11: imballarmi per benino di strati per affrontare il ritorno a casa a piedi (quasi tutto di salita).  Sarebbe, stivali impermeabili e imbottiti già a posto, m’infilo un bel cardigan pesantino, tiro su la zipper fino al mento; cappotto di lana col cappuccio, lunghetto e bello spesso, poi una sciarpa di cashmere al collo, guanti di pelle, e anche il copriorecchie con la pelliccia.  Avanti, ridete pure, ma vi assicuro che questo capo è davvero un miracolo, mi tiene più calda di una cuffia di lana.  Allora, un respiro profondo, e mi avvio.  Il cielo è d’acciaio quando esco dalla scuola, i pulmanini giallo girasole sono grosse chiazze sfacciate in tutto quel bianco e grigio; tutti corrono verso il posteggio, in cerca del caldo polveroso delle auto.  Io no, mi aggiusto la tracolla sulla spalla, tiro fuori la macchina fotografica e mi avvio verso la discesa dalla scuola.  Che tra cinque minuti diventa poi salita, fino a casa.  La coltre gelida bianca rende il paesaggio quasi futuristico, o forse desolato, solitario, anche triste.  Le voci dei ragazzi che vanno a piedi (pochi) sono amplificate ma anche più dolci, come se le parole fossero soffiate attraverso delle nuvole…Le macchine mi scorrono accanto, mentre imbocco il marciapiede, lente, ed io spesso le passo.  “Mara, do you want a ride?”, mi chiedono in tanti, persone gentili (e perplesse), vuoi un passaggio? Io sorrido e scuoto la testa, sì, lo so, sarò pazza, ma no grazie, miei cari, accetto il pensiero…Gli spazzaneve spostano la neve accumulata, e a volte mi schizza addosso, e sento delle gocce ghiacciate che mi scivolano giù per le gambe, dentro gli stivali.  Ma non importa, io continuo imperterrita, scatto fotografie del panorama avvilente, osservo le auto che sdrucciolano ogni tanto, lasciando scie confuse sulla strada coperta di nevischio.  Sto meglio a piedi, penso, e immagino come ci starebbe una di quelle comiche SmartCar in questo ambiente.  Non oso pensarci! Ma sì, sto molto meglio a piedi, certo, che in una di quelle scatolette in technicolor.  Anche se avrei poi la garanzia, vero?  Conoscete  il video del comico napoletano Tony Tammaro, ‘A Smart? Cliccate qui: http://www.youtube.com/watch?v=xrcm_af6g9I  Dateci un’occhiata, è troppo forte.  Così, eccomi qui, a casa, sana e salva, e a scriverci su.  Another day in the life.

24 gennaio 2011                                                      Quel gelo dentro

L’aereo, il freddo di Roma anche sotto il sole, quei volti affranti, no, disfatti, anche se di lacrime non ce n’erano.  Il clamore degli altoparlanti che annunciavano i voli, la folla agitata, l’inquietudine, l’ansia, the thrill.  Il coraggio dell’innocenza e della gioventù; il timore della saggezza, dell’esperienza. L’emozione del futuro che mi brillava davanti, ma sì, certo, le allettanti promesse, anche se calpestavo le ombre di tutti gli altri e non m’interessava se poi sparivano. Le mie montagne/città/laghi/selve, la mia terra, si rimpicciolivano velocemente, come se fosse lo sfondo che svanisce di un film.  Il mare diventò immenso, se la divorò, e cominciò a turbarsi, da un azzurro spensierato a un blu cupo, minaccioso.  Le acque benigne del Mediterraneo morirono, rassegnate, nell’oceano.  Che neanche se ne accorse.  Il 24 gennaio, anni e anni fa (una vita), feci quel salto tremendo, lunghissimo, Napoli-New York, ed arrivai intatta. O così credevo.  Le ferite dell’impatto non si fecero sentire finché era troppo tardi per curarle.  E la terra nuova mi aveva già ingoiata, incatenata, anche se le catene erano soffici e benevole.  Ma il fiume è uno specchio di ghiaccio oggi.  Bello, troppo bello, puro, calmo, scintillante, seducente.  Il velo gelato non è molto spesso però.  Si romperebbe in un istante.

   19 gennaio 2011                                                       Una donna così 

Sarebbe capace di abbandonare la sua comfort zone senza batter ciglio.  Se solo.  Anche quando quell’ambiente è già diventato parte integrante di lei, e a volte ci si è aggrappata forte per survival.  Sì, aprirebbe le dita e lo lascerebbe scivolare via, perché in fondo era solo uno scudo contro le battaglie quotidiane.  Ma adesso non le servirebbe più.  Potrebbe anche versare qualche lacrima, lei, ma le asciugherebbe di colpo, sapendo che adesso non ce ne sarebbero più.  E se pure…beh, una donna così, si manterrebbe forte, forse qualche sbalzo, qualche colpo di vento che la schiaffeggerebbe un po’, ma poi basta.  Se solo.  Le rinunce sarebbero tante e ad alto livello, forse anche la trama di una vita intera, con tutti gli scalini che aveva imboccato uno alla volta, a volte in ginocchio, fino ad arrivare lassù da dove la vista è immensa.  Ma sterile se si è soli, anche se circondati da anni e anni di frastuono umano.  Che è poi anche il suo frastuono, ma con cui non riesce più a identificarsi.  Si guarda indietro, lei, sente il pugnale che le trafisse il cuore e pensa a tutto il tempo che sanguinò.  Ma perdonerebbe, una donna così.  Se solo.  Saprebbe liquefarsi in una fontana ardente di passione che offrirebbe con l'abbandono completo dei sensi.  Saprebbe amare totalmente, cieca al passare del tempo, della bellezza e della vitalità.  Il suo universo dei ricordi sarebbe smagliante e in grado di riempire le lacune che occorrerebbero.  Se solo.  Ma loro non sanno, non comprendono, non intuiscono, accettano anche una realtà inaccettabile, consapevolmente ottusi, privi di sogni.  O forse rassegnati a non sognare più.  Because life can be cruel.  Allora rimane soltanto una distesa di gelida neve, un manto incolore.  Peccato.  Per una donna così.

10 gennaio 2011                                   Brownies, dolcetti al cioccolato americani 

Da svenire.  No, davvero.  Questi fantastici quadretti di cioccolata sono unicamente americani, un grande classico, bocconcini prelibati, ma semplicissimi da fare.  A forma di torta, ma non è una torta.  Non si serve mai in un pezzo unico.  Vanno tagliati con attenzione, perché l’interno soffice e cremoso si attacca facilmente al coltello quando ci si affonda dentro.  Scuri e teneri, carichi di cioccolata amara, ammorbiditi dal velluto malleabile dello zucchero biondo di alta qualità, arricchiti dal burro fresco (e parecchio), non sono leggeri perché non lo devono essere, e se siete a dieta non cliccate la ricetta.  Ma, sì, non è roba da gustare tutti i giorni, ma quando avete voglia di un tantino di cioccolata in una forma diversa, leggermente esotica, questa non-torta, non-biscotti, non-cioccolatini, ma con caratteristiche di tutti e tre, beh, allora, non troverete di meglio.  Anche a me, ammetto, sembrarono strani quando, tanti anni fa, nuova in America, me li trovai davanti (non ricordo dove e quando) e non capivo ancora se mi piacessero o no.  Una torta non completamente cotta, intensamente cremosa, pura essenza di cioccolato?  Eh sì, esattamente.  E questa è la magia dei Brownies.  Allora, vi offro la mia ricetta, basata su una creata da un grande pasticcere italo-americano, Nick Malgieri.  Enjoy it!